Die Walküre alla Scala

Wagnerianamente parlando, sembra che il vero Leitmotiv delle inaugurazioni scaligere, negli ultimi anni, sia la noia. Anche quest’ anno, infatti, la serata di Sant’ Ambrogio, dedicata a Die Walküre, non ha offerto nulla di particolarmente interessante dal punto di vista interpretativo. Certo, non eravamo ai livelli dello sconclusionato Don Carlo oppure della mortifera Carmen, ma di cose da ricordare questa esecuzione del capolavoro wagneriano ne ha offerte davvero poche. Colpa di un cast largamente inferiore alle esigenze dell’ opera e di una direzione molle, indifferente e qua e lá addirittura spenta.

Daniel Barenboim è interprete wagneriano di rango, anche se non ha mai brillato per originalità di concezioni. Nonostante questo, le sue direzioni wagneriane di solito si sono sempre contraddistinte per il rigoroso rispetto dell’ architettura formale e la solidità narrativa dell’ insieme. Ora, se provate a confrontare la sua registrazione della Walküre effettuata a Bayreuth nel 1992 con l’ esecuzione di ieri sera, vi accorgerete subito della grossa differenza di livello. Alla Scala, il direttore argentino è sembrato accontentarsi di una generica correttezza formale e di condurre in porto la serata senza danni. Dopo un primo atto corretto ma senza particolari voli, l’ inerzia interpretativa di Barenboim ha compromesso pesantemente la scena tra Wotan e Brünhilde, completamente inerte e statica, il Todesverkündigung, del tutto privo di atmosfera tragica e il finale del secondo atto, tirato via con irritante indifferenza. Dopo una Cavalcata delle Walkirie più fracassona che grandiosa, una lentezza innaturale e forzata ha caratterizzato la scena dell’ addio di Sieglinde. Poche volte ho sentito tirar via con una simile superficialità il meraviglioso tema delle Redenzione d’ amore, che dovrebbe essere fraseggiato con tutta la cantabilità possibile e ieri sera, al contrario, è passato nell’ indifferenza generale. Stessa atmosfera spenta, da banale conversazione borghese, nel confronto tra il dio e la figlia ribelle. Barenboim è sembrato scuotersi solo nel finale, dove finalmente l’ orchestra ha cominciato a fraseggiare con la giusta solennità di tono e varietà di colori.

Difficile capire che concezione interpretativa di insieme avesse in mente il direttore. Non era il Wagner epico al modo di Furtwängler, nemmeno quello monumentale alla Knappertsbusch, quello squisitamente coloristico alla maniera di Karajan o quello lucidamente e implacabilmente analitico alla Boulez. Non era nemmeno una grandiosa rivisitazione della grande tradizione tedesca, tendenza interpretativa in cui è maestro oggi Christian Thielemann. Una corretta esecuzione priva di problematiche e nient’ altro. Va comunque sottolineata l’ eccellente prova dell’ orchestra della Scala. Dopo una serie di dirette radiofoniche nelle quali ho ascoltato prestazioni francamente imbarazzanti da parte delle orchestre italiane, fa piacere aver riascoltato, per una sera, il complesso scaligero tornare al suo livello qualitativo di una volta, soprattutto alle prese con una partitura complessa e difficile come questa.
Poco di buono da segnalare anche dal punto di vista vocale. Archiviamo subito l’ imbarazzante Hunding del veterano John Tomlinson, ormai veramente al capolinea. Simon O’ Neill impersonava  Siegmund con una voce la cui stazza sarebbe al massimo adatta per una Bohème, ed ha letteralmente lottato con le note per tutta la durata della sua parte, finendo il secondo atto con stonature e segnali plurimi di stecca. Waltraud Meier come Sieglinde ha messo in mostra la sua antica classe, ma anche per lei l’ usura vocale si è fatta ormai evidentissima e il timbro sta diventando senescente. La cantante di Würzburg è però capace di sfruttare al meglio le risorse vocali che le sono rimaste a disposizione. Resta inoltre intatta la personalità del fraseggio e la capacità di comprensione della parte, e questo le è bastato per imporsi sul resto del cast. Molto interessante vocalmente la Fricka di Ekaterina Gubanova, anche se ben poco caratterizzata dal punto di vista interpretativo.
Wotan, come si sa, doveva essere impersonato da Renè Pape, eclissatosi a poche settimane dalla prima per motivi che non si sono ben capiti, secondo quella che ormai alla Scala pare diventata una tradizione. Al suo posto il teatro ha chiamato Vitalij Kowaljov, cantante di mezzi vocali abbastanza interessanti ma assolutamente privo del minimo carisma interpretativo, fraseggiatore generico e inerte. Una prova completamente anonima. Nessuno scavo del personaggio nei grandi monologhi del secondo atto, completamente assente l´autorevolezza di fraseggio che il dio dovrebbe possedere e del tutto priva di espressività e pathos la scena finale. Alla mediocrità della prestazione vocale, si è aggiunta la sua imbarazzante pronuncia del tedesco, che spesso assomigliava a quella dei turchi immigrati da poco in Germania.
Nina Stemme, una delle interpreti wagneriane più ricercate del momento, era indubbiamente il nome di maggior richiamo del cast. Purtroppo anche lei ha messo in mostra mezzi vocali assolutamente inferiori alle esigenze della parte di Brünhilde. Non si tratta solo delle note urlacchiate dell’ “Hojotoho”, ma anche di inadeguatezza di fraseggio. Una Sieglinde travestita da Brünhilde, oltretutto in chiara difficoltà nei passi in cui la tessitura si fa aspra, a causa di una voce sforzata oltre i limiti naturali. Difficile immaginarsi che risultati potrebbe ottenere la Stemme alle prese con la tessitura pazzesca del terzo atto del Siegfried o con la massacrante scena finale della Gotterdämmerung. Personalmente, nutro molti e seri dubbi sulla riuscita dell’ operazione.

L’ allestimento di Guy Cassiers non sembra aver riscosso particolari apprezzamenti. Dalle foto e dai video apparsi nei giorni precedenti la prima, l’ impressione era che non valesse la pena di occuparsene a fondo. La solita cosa trasgressiva ma non troppo, condita con quel tanto di tecnologia moderna sufficiente a sembrare á la page. Vedremo di che si tratta in aprile, quando la produzione sarà ripresa alla Staatsoper di Berlino.
Il pubblico comunque ha molto apprezzato l’ esecuzione, con applausi franchi e convinti per tutti i protagonisti.

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