Io c’ ero: Werther al Teatro Comunale di Firenze con Alfredo Kraus

Molti frequentatori di questo blog mi hanno chiesto di scrivere i ricordi di alcune delle tante recite memorabili a cui ho avuto la fortuna di assistere personalmente.
Con questo post, inizio a soddisfare la richiesta.
Ho deciso di iniziare dall’ indimenticabile interpretazione di Alfredo Kraus nel Werther , che vidi a Firenze nel febbraio 1978.

FIRENZE,7 febbraio 1978

Negli anni Settanta, il Maggio Musicale Fiorentino stava vivendo un vero momento magico. Sotto la guida di un grande uomo di teatro come Massimo Bogianckino si susseguivano stagioni di straordinario spessore culturale, con la partecipazione di tutti i più grandi protagonisti di quella che probabilmente è stata l’ ultima stagione d’ oro del teatro lirico italiano. La stagione lirica invernale del Comunale si era aperta quell’ anno con il primo, controverso Trovatore diretto da Riccardo Muti,spettacolo preceduto ed accompagnato da polemiche per la scelta del maestro di omettere gli acuti di tradizione nella cabaletta “Di quella pira” e per un cast da alcuni ritenuto inadatto, anche se, a ripensarci, cantanti come Gilda Cruz Romo e Carlo Cossutta, per non parlare di Fiorenza Cossotto, oggi sarebbero chiamati a inaugurare la Scala e il Metropolitan tutti gli anni… Ma io personalmente attendevo con impazienza di vedere Alfredo Kraus nei panni di Werther, forse il  vero cavallo di battaglia del grande tenore spagnolo.Avevo ascoltato Kraus poco piú di due anni prima alla Fenice, nella mitica Figlia del Reggimento con Mirella Freni, ed ora volevo assolutamente vederlo nel ruolo in cui era riconosciuto come l’ unico erede di tenori leggendari come Giuseppe Anselmi, George Thill e Tito Schipa.Sua partner in quella produzione fiorentina, passata alla storia anche per l’ elegantissima messinscena di Pierluigi Samaritani, era Lucia Valentini Terrani, che debuttava in quell´occasione il ruolo di Charlotte. Dirigeva Georges Pretre, che insieme a Kraus aveva trionfato con l’ opera di Massenet alla Scala due anni prima. Una lettura letteralmente al calor bianco la sua, passionale e intensa e con sonorità orchestrali di straordinaria bellezza. Ma, come ho detto, tutto il mio interesse quella domenica pomeriggio era rivolto al grande tenore spagnolo. Fu una delle emozioni piú intense da me provate in un periodo caratterizzato da una serie di ascolti memorabili, alcuni dei quali mi riprometto di rievocare per voi in seguito. Vedendo e ascoltando Alfredo Kraus come Werther ebbi forse per la prima volta chiaro cosa significasse la perfetta immedesimazione di un cantante in un ruolo dominato e meditato fin nei minimi particolari. Il tenore spagnolo recitava con un’ eleganza naturale ed una gestualitá fluida e mai scomposta. Ricorderó sempre ad esempio il suo sguardo angosciato e allucinato all´entrata nel terzo atto, o la sottolineatura, ottenuta mediante gesti minimi, dei punti salienti delle strofe di Ossian. Oppure nel secondo atto, un gesto semplice ma di incredibile efficacia tragica: durante il monologo, il tenore spagnolo a un certo punto raccoglieva da terra una foglia secca e la sbriciolava dicendo la frase “Voilá ce qu´on nomme mourir”. Una cosa da poco, ma che faceva veramente un’ impressione incredibile per la perfetta aderenza tra parola, suono e gesto. Vocalmente, Kraus utilizzava il suo strumento per ricercare un’ infinita varietá di sfumature dinamiche e di inflessioni espressive. Superfluo poi parlare della sicurezza e dello squillo delle note acute. Ma quello che soprattutto affascinava nell’ interprete era l’ eleganza stilizzata e aristocratica, assolutamente necessaria per rendere in maniera credibile un personaggio idealizzato come quello dell’ eroe goethiano.
Quella di Kraus nel Werther era un’ espressivitá che rifuggiva dagli effetti facili, ma riusciva egualmente ad infiammare il pubblico.Ricordo ancora come se fosse oggi i sette od otto minuti di ovazioni e richieste di bis dopo “Pourquoi me reveiller” e il trionfo finale riscosso anche da Lucia Valentini, una protagonista perfettamente in grado di tener testa ad un interprete di quel calibro.
Il Werther di Kraus, che poi ebbi occasione di rivedere nel 1980 alla Scala e nel 1982, quando la produzione fiorentina venne ripresa, rimane sempre nella mia memoria come una delle interpretazioni piú affascinanti che abbia mai avuto occasione di vedere e ascoltare in teatro.

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