Jon Vickers: tenore, ma soprattutto artista

Cosa contribuisce maggiormente ad una grande interpretazione? La voce, la tecnica, la personalità del cantante? Questa domanda mi viene spontanea pensando a Jon Vickers, un tenore non impeccabile dal punto di vista tecnico, ma talmente dotato sotto il profilo del fraseggio e della caratterizzazione teatrale da riuscire lo stesso a creare interpretazioni che ancora oggi appaiono esemplari.
Nato il 29 ottobre 1926 a Prince Albert, in Canada, studiò a Toronto e iniziò la carriera in Inghilterra, facendosi un nome a livello internazionale al Covent Garden alla fine degli anni Cinquanta, in produzioni di prestigio come la Medea a fianco di Maria Callas e il Don Carlo diretto da Giulini, nel leggendario allestimento di Luchino Visconti. Nel 1958 fece il suo debutto a Bayreuth come Siegmund e due anni dopo esordiva alla Wiener Staatsoper come Florestan nel Fidelio diretto da Karajan, produzione subito portata anche alla Scala. Da qui iniziò la sua stretta collaborazione con il grande direttore, che lo volle protagonista delle sue produzioni salisburghesi di  Carmen, Walküre, Otello, Fidelio e Tristan. Sempre nel 1960, il 17 gennaio tenore canadese cantò per la prima volta al Metropolitan nel ruolo di Canio. Il suo rapporto con il teatro newyorkese doveva durare 27 anni, con 280 recite di 16 ruoli diversi. Tantissimo Wagner, ma anche parti come Don Josè, Samson, Don Alvaro, Hermann in Pikovaja Dama e naturalmente quell’ Otello di cui è considerato uno degli interpreti più significativi del dopoguerra. Proprio nei panni dell’ eroe verdiano Vickers nel 1978 fu protagonista della serata inaugurale di “Live from the Met”, il ciclo di trasmissioni televisive in diretta degli spettacoli del Metropolitan. Attivo soprattutto sulle scene americane, si esibì in Europa quasi esclusivamente al Covent Garden, dove restano indimenticabili le sue raffigurazioni di Peter Grimes, un’ interpretazione destinata a cambiare per sempre la storia del ruolo, e di Enea in Les Troyens di Berlioz, entrambe sotto la direzione di Colin Davis, quasi subito incise in disco. Chiuse la carriera nel 1988, con un concerto wagneriano in Canada.
Cantante di grandissima personalità e dotato di un magnetismo scenico fuori del comune, Jon Vickers è stato spesso discusso dalla critica italiana. Ora, potremmo stare per ore a discutere sulla qualità non eccelsa del timbro, sui difetti di pronuncia e sulla durezza del suono nel settore acuto, non molto evidente all’ inizio della carriera ma accentuatasi nel corso degli anni. Resta il fatto che l’ intelligenza e la sensibilità del tenore canadese gli consentono di scavare come in pochi altri casi la psicologia dei personaggi da lui affrontati, mettendo in evidenza particolari drammatici quasi mai evidenziati da altri interpreti. Si ascolti per esempio la sua esecuzione di “Recondita armonia” nel suo primo recital, pubblicato nel 1960. Nonostante la parte non sia tra le più adatte alla vocalità dell’ artista canadese, il tono di soliloquio interiore è esattamente quello richiesto dal brano. Quasi tutti i tenori usano quest’ aria per far sentire tutta la voce che hanno. Qui invece udiamo davvero Cavaradossi a colloquio con se stesso, proprio come la situazione scenica imporrebbe. Oppure potrei citare il suo Pollione eseguito nel 1974 a Orange, in una delle più belle esecuzioni in assoluto della Norma a fianco di una Caballè assolutamente stratosferica e spronata a dare il massimo dalla presenza di un partner di questo livello. Una recita fortunatamente conservata in video, nella quale Vickers dipinge il ritratto di un proconsole perseguitato dal rimorso per la sua infedeltà, al posto del consueto seduttore latino. Lo stesso dicasi del suo Samson, di cui abbiamo il video di una recita londinese con la Verrett e l’ incisione discografica EMI del 1963 diretta da Pretre, nella quale la miglior forma vocale permette al cantante un’ interpretazione più completa. Anche in questo caso, l’ aspetto tormentato dell’ eroe in bilico tra il dovere e il fascino della seduttrice è evidenziato da Vickers con straordinaria efficacia. Come nel caso del suo celebre Otello, questi personaggi diventano, nella raffigurazione datane da Vickers, il simbolo di chi, perseguitato dal male, ha perduto la battaglia ancora prima di combatterla. Interpretazioni di straordinaria efficacia e modernità, condotte con una capillare analisi di fraseggio e una scrupolosa attenzione all’ aspetto teatrale. Non possiamo poi assolutamente fare a meno di citare il Canio della produzione televisiva di Pagliacci diretta da Karajan. Anche in questa parte Vickers rinuncia alla drammaticità squassante così straordinariamente esemplificata, per esempio, da un Del Monaco, per scavare in profondità nel dramma dell’ uomo maturo che ha sposato una donna giovane e per questo si sente predestinato al tradimento fin dall’ inizio della vicenda. Lo stesso taglio interpretativo di predestinazione tragica caratterizza anche la sua interpretazione di Don Josè, nel video della produzione salisburghese di Carmen, sempre con Karajan. E poi, naturalmente, devo parlare del personaggio di Peter Grimes, nel quale il cantante nordamericano ha ottenuto risultati che sono ancora oggi un modello per tutti coloro che hanno affrontato la parte dopo di lui. Qui persino le imperfezioni vocali contribuiscono alla potenza tragica del ritratto del pescatore respinto da tutta la comunità in cui vive, così straordinariamente descritto da Britten nel suo capolavoro. La scena finale  nell’ interpretazione datane da Vickers va assolutamente annoverata tra le più grandi caratterizzazioni drammatiche del teatro moderno, non solo musicale. Lo stesso dicasi per il ruolo di Florestan del Fidelio. L’ aria del secondo atto, con il meraviglioso sostegno orchestrale realizzato da un Karajan ispirato come in poche altre occasioni, è un toccante lamento su un paradiso perduto.
Per ultimo, parliamo delle interpretazioni wagneriane. Molto interessante il Parsifal bayreuthiano del 1964, a fianco di una magnifica Regine Crespin, anche lei tesa a delineare Kundry sotto un’ angolazione inedita.
Ma naturalmente di livello ben superiore sono le raffigurazioni di Siegmund e Tristan. La complessità psicologica di quest’ ultimo personaggio spinge Vickers a dare il massimo nella ricerca di sfumature drammatiche, anche in questo caso ponendo in rilievo soprattutto il tormento interiore dell’ uomo consapevole di essere spinto dall’ amore a trasgredire principi da lui prima ritenuti irrinunciabili. Come Siegmund, anche in questo caso il cantante lavora come pochi altri sulle sfumature e sulla dolcezza. Tra i momenti magici di questa interpretazione, la mezzavoce stupenda del “Winterstürme” e del duetto con Brünhilde al secondo atto, in particolare nella celebre incisione discografica di Karajan che costituì, al suo apparire, un punto di svolta fondamentale nella storia dell’ interpretazione di Wagner.
Un artista e un uomo di teatro prima che un cantante, quindi. Sicuramente, parlando di Jon Vickers, questa è la migliore definizione che si possa dare.

 

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2 pensieri su “Jon Vickers: tenore, ma soprattutto artista

  1. Condivido pienamente. Ho ascoltato da poco il finale del Parsifal cantato da Vickers, a Zurigo, mi pare, e l’ho confrontato con l’interpretazione di Jonas Kauffmann al Metropolitan. Veramente un abisso!

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