Intervista a Carlo Maria Giulini

Carlo Maria Giulini, l´ultimo direttore d´orchestra italiano delle generazioni storiche, è scomparso cinque anni fa, il 14 giugno 2005. Lo voglio ricordare proponendo questa intervista realizzata nel 1994 in Giappone da Renzo Allegri.

INTERVISTA CON CARLO MARIA GIULINI
Realizzata a Milano nell’ estate del 1994 e pubblicata dal mensile musicale giapponese “Ongaku No Tomo”
“A quindici anni, quando lasciai la famiglia e la mia città, Bolzano, per recarmi a Roma, deciso a intraprendere la professione di musicista, avevo nell’ animo un proposito ben chiaro: servire la musica. Da allora sono passati ben 65 anni, una vita, e credo di poter dire che in tutto questo tempo ho mantenuto sempre fede a quanto mi ero prefisso: ho servito la musica e continuo a servirla con amore e dedizione assoluta”.
Carlo Maria Giulini pronuncia queste parole sottovoce, come se parlasse a se stesso. Nel volto scarno, gli occhi socchiusi scintillano. “Certo”, dice ancora il maestro “per servire la musica ho dovuto lottare, affrontare difficoltà, vincere intrighi, sottrarmi a intrallazzi, perdere lavoro, rinunciare a posti di prestigio e a guadagni che in certi periodi rappresentavano il pane per la mia famiglia. Ma non ho rammarichi. Se dovessi ricominciare da capo, rifarei tutto”.
Parole che hanno il peso di un macigno. Il maestro le pronuncia con la solennità di un testamento. Siamo nella sua casa, in via Ciovasso, a Milano. Ed è un momento particolare per Carlo Maria Giulini: il suo ottantesimo compleanno. Ricorrenza straordinaria, che amici musicisti, dirigenti di teatri, di case discografiche, di sale da concerti sparse in giro per il mondo avevano programmato di celebrare con la massima solennità, perchè questo direttore d’ orchestra italiano gode di stima incondizionata ovunque. Ma Giulini non ha voluto. “La mia vita privata non ha niente a che fare con la professione”, ha detto gelando tutti. “Mi dispiace, ma il compleanno, anche se è quello degli ottant’ anni, voglio celebrarlo in casa, con la mia famiglia e basta”.
E così ha fatto. Sembra incredibile, ma è accaduto proprio così. Nessuno è riuscito a fargli mutare idea. La festa è stata rigorosamente familiare e di quei momenti felici non è stata scattata neppure una fotografia. Del resto, si tratta di una scelta perfettamente coerente con il suo modo di concepire la vita. Si è sempre comportato così e alla sua straordinaria coerenza va tutta la nostra ammirazione.
Carlo Maria Giulini è una personalità unica nel mondo musicale. E’ certamente il più amato e il più carismatico tra i direttori d’orchestra viventi. Per la sua genialità è stato definito “il maestro dei maestri”, “il più grande direttore vivente del repertorio italiano”; per l’intransigenza dei suoi principi lo hanno chiamato “Dominedio”; e per la sua proverbiale bontà d’animo “il santo dei santi”, “il San Carlo delle sinfonie”. Donald Henahn, sul New York Times ha scritto: “Se dobbiamo elevare a dignità di culto un personaggio, Carlo Maria Giulini è fra coloro che indubbiamente lo meritano”.
“E’ il più amato e rispettato musicista”, mi ha detto un giovane direttore d’ orchestra italiano al rientro da una lunga tournèe di concerti in America. “In tutti gli ambienti musicali, appena sapevano che ero italiano, infallibilmente mi dicevano: “Allora conosci Giulini”. Solo perchè sono compatriota di questo maestro, venivo trattato con grandi riguardi”.
Nonostante questa fama, di Giulini si è sempre parlato poco. Il maestro è schivo e riservato. Non ha mai fatto vita mondana, non ha mai avuto press-agent, uffici stampa, non è mai stato legato a partiti politici, abitualmente non concede interviste, non posa per fotografi e non si fa riprendere dalle telecamere. Le case discografiche, per poter avere delle immagini da mettere sulle copertine dei suoi numerosi dischi, devono sempre sudare le fatidiche sette camicie.
Ma tanta riservatezza e modestia non hanno impedito che diventasse popolarissimo. Quando dirige, in qualsiasi parte del mondo, anche se non è stata fatta pubblicità del concerto, la gente accorre in massa. Il messaggio “C’ è Giulini” viene trasmesso spontaneamente, dagli ammiratori, via telefono, come un tam tam nella giungla.
Ricordo alla Scala nell’ottobre 1977. Erano anni in cui il grande teatro milanese era politicizzato e artisti come Giulini, che avevano sempre rifiutato le tessere dei partiti, venivano trascurati. Il maestro mancava dalla Scala da diverso tempo. Tornava per dirigere la “Nona” di Beethoven. Il teatro non fece alcuna pubblicità, ma i biglietti andarono a ruba. C’era un tale fermento che il teatro, per accontentare tutti, fu costretto a istallare un impianto di amplificazione che diffondeva il concerto all’ esterno. E quella sera piazza della Scala era zeppa di di gente, soprattutto giovani, accorsi da ogni parte per sentire Giulini. E la corale partecipazione si ripetè, quell’ anno, in molte altre città italiane
“La gente ama la musica più di quanto immaginiamo”, dice il maestro, quasi a scusarsi del suo successo, ma non riesce a nascondere un sorriso di giusta soddisfazione.
La sua carriera iniziò subito dopo la guerra. Dal 1945 al 1952 fu direttore stabile dell’orchestra della RAI. Una sera Arturo Toscanini, mentre era nella sua casa di Milano, ascoltò per caso alla radio un concerto diretto da Giulini. Volle subito conoscere il giovane maestro e lo tenne tra i suoi amici e discepoli fino alla morte.
Dal 1951 al 1956 Giulini fu direttore stabile della Scala, e quello fu uno dei periodi musicalmente più interessanti del teatro milanese nel dopoguerra. Furono gli anni delle regie di Visconti, di Zeffirelli, della famosa “Traviata” con Maria Callas. Poi, improvvisamente qualcosa guastò quel prolifico lavoro. “Ho dovuto scegliere”, dice Giulini. “O la Scala o la famiglia. Il mondo teatrale non è tutto rose e fiori. Per far carriera occorre a volte accettare compromessi. Ma io non sono il tipo per queste cose. Volevano farmi vivere a modo loro. Ho dovuto sostenere battaglie tremende. Ho detto di “no” a persone alle quali era assurdo dire di “no”, e me ne sono andato. Tutti pensavano che fossi “liquidato” per sempre. Invece, fui subito chiamato all’estero e fu la mia fortuna”.
“Ho 80 anni”, dice ancora il maestro dopo una breve riflessione. “Dicono che sono famoso, conosciuto in tutto il mondo. Nella mia vita ho incontrato tante persone, tanti artisti, ho insomma una esperienza molto vasta. Ebbene, la cosa più bella e più preziosa della mia vita è, per me, la famiglia. Sono sposato da 52 anni e sono innamorato di mia moglie come il primo giorno. Ho tre figli e sono fiero di loro perchè hanno una visione seria e responsabile dell’esistenza.
Con una professione come la mia, non è facile salvare valori fondamentali come la famiglia. Ma io le ho dato la precedenza su tutto. Ho affrontato molte rinunce e molti sacrifici per la mia famiglia. Se fosse stato necessario, avrei rinunciato anche alla carriera. Se lei mi chiede quanto guadagnavo quando ero direttore stabile delle varie Orchestre, le rispondo che non lo so, perchè non ho mai letto i miei contratti. Ho sempre lasciato fare ai miei manager. Intervenivo personalmente soltanto per far includere nel contratto una clausola: nessuna ingerenza nella mia vita privata, nessun coinvolgimento della mia famiglia nelle esigenze pubblicitarie del lavoro.
Parlare di questi valori, oggi, può sembrare anacronistico e ridicolo. Ma se lei vuol sapere chi è il maestro Giulini, questa è la risposta. Io sono un musicista che ha dato tutto il possibile alla musica, ma sono soprattutto un uomo che non ha mai accettato nessun compromesso con la sua coscienza per far carriera”.

“Perchè è diventato direttore d’ orchestra?”, domando.


“Credo che nessuno possa dire perchè ha scelto una professione piuttosto che un’altra”, risponde il maestro. “L’ amore per la musica l’ho sempre avuto, fin da bambino, ma la decisione di diventare direttore d’ orchestra l’ ho presa da adulto”.
“Spesso i giornali scrivono che lei è pugliese, che è nato a Barletta, vicino a Bari; altri invece dicono che è altoatesino, precisamente di Bolzano”.


“Sono nato a Barletta, ma solo per combinazione. Mio padre era di Ponti sul Mincio, in provincia di Mantova. Lavorava nella ditta Feltrinelli, che si interessava di legname, e si innamorò della figlia del direttore. Dopo il matrimonio si rese vacante un posto nella succursale della ditta a Barletta. Pochi volevano andarci. Poichè allora era immorale favorire un parente, il direttore della Feltrinelli mandò suo genero a Barletta. Là nacque mio fratello e poi io. All’ inizio della prima guerra mondiale tornammo a Ponti sul Mincio, dove avevamo delle terre. Al termine della guerra mio padre si mise in proprio e si trasferì a Bolzano, dove io crebbi e studiai fino ai 15 anni, quando partii per Roma. La mia famiglia quindi è lombarda e anch’io mi sono sempre sentito tale”.
“Quando scoprì la vocazione per la musica?


“La mia passione per la musica ha una origine curiosa. Un giorno, quando avevo quattro anni, vidi per la strada un suonatore ambulante che suonava il violino. Rimasi affascinato, non tanto dalla musica, ma da quello strano strumento. A Natale, quando i miei genitori mi chiesero quale regalo desiderassi, risposi: “Voglio un violino”. Rimasero meravigliati per la richiesta assolutamente inattesa, ma mi accontentarono. Mi regalarono un violino piccolo, da bambino. Una suora dell’asilo lo sapeva suonare e fu lei la mia prima maestra.
Qualche anno dopo la mia famiglia si trasferì a Bolzano e là cominciai a seguire lezioni regolari con ottimi progressi. A 15 anni dovetti prendere una decisione definitiva: se volevo veramente diventare musicista era necessario che mi dedicassi completamente allo studio del violino con maestri importanti. Decisi di seguire questa carriera e mi trasferii a Roma. Mi iscrissi al Conservatorio di Santa Cecilia e studiai viola sotto la guida di Remy Principe, che era un prestigiosissimo didatta.
Mi diplomai nel 1932. Continuai a studiare composizione, ma dovevo pensare a guadagnarmi da vivere. Nel 1929, con la crisi economica che aveva colpito il mondo, mio padre aveva perduto tutto. Non volevo pesare sulla famiglia.
La mia massima aspirazione, allora, era di poter entrare in una vera orchestra. Feci un concorso per il posto di ultima viola nell’orchestra dell’ Augusteo e lo vinsi. Quell’ orchestra era leggendaria. La sala in cui suonava, il Teatro Augusteo, la più bella mai esistita, con un’ acustica perfetta. Quando arrivò la notizia che avevo ottenuto quel posto, piansi per l’ emozione. Ricordo ancora esattamente quel momento. Vivevo in una pensione di due anziane signorine, che chiamavo zie. Era l’ora di cena. Squillò il telefono e una delle due signorine mi disse che volevano me. Corsi. “Qui l’Accademia Santa Cecilia: le comunichiamo che ha vinto il concorso per l’ ultima viola dell’ Orchestra dell’Augusteo”. Mi sentii svenire e dovetti sedermi. Non riuscii a pronunciare neppure una parola. A distanza di tanti anni, quando mi chiedono qual è il più bel ricordo della mia vita, rispondo:  il giorno in cui vinsi il concorso per ultima viola dell’Orchestra dell’Augusteo”.
“Quanto durò la sua carriera di suonatore di viola?”


“Diversi anni. Il mio maestro, Remy Principe, era contrario, diceva che mi sarei rovinato, perchè era un posto di poco prestigio. Lo disse anche a mio padre, ma io ero felicissimo. E devo dire che quel periodo costituì un’esperienza musicale irripetibile. Come ho detto, l’ orchestra dell’ Augusteo era una delle più prestigiose. Ed ebbi la fortuna di poter suonare con i più grandi direttori, escluso Toscanini, che era in America. Suonai con Furtwaengler, Bruno Walter, Erich Kleiber, Klemperer, De Sabata, Guarnieri, Del Campo, Failoni, Marinuzzi. Ogni incontro con questi artisti era un avvenimento.
Il primo concerto lo feci con Bruno Walter. C’ era grande attesa perchè il maestro tornava a dirigere in Italia dopo un periodo di assenza. I colleghi più anziani mi dicevano: “Sarà un’esperienza esaltante”. Ero quasi contrariato di tutto quell’ entusiasmo. Temevo che l’ attesa fosse troppo viva e che la realtà si tramutasse in delusione. Invece l’ incontro con Walter fu veramente indimenticabile. Il maestro aveva la straordinaria capacità di rendere tutta l’ orchestra partecipe del fatto musicale. Non era un direttore che rappresentava l’ autorità: era un artista che faceva musica insieme agli altri. Suonammo la Prima Sinfonia di Brahms e mi sentivo talmente impegnato, coinvolto musicalmente ed emotivamente che mi pareva di aver suonato una Sinfonia per orchestra e ultima viola. Un’ esperienza sconvolgente”.
“Quali altri direttori di quel tempo la entusiasmarono?”


“Tutti, perchè all’ Augusteo venivano i più grandi. Ricordo Richard Strauss. Nel 1939 il musicista fu invitato a dirigere a Roma per festeggiare il suo settantacinquesimo compleanno. Era un personaggio leggendario. Il suo arrivo costituiva un avvenimento. Bernardino Molinari, responsabile dell’ orchestra dell’Augusteo, ci preparò con pignoleria. Provammo il “Don Giovanni” di Strauss, che l’ autore, in seguito, avrebbe diretto, decine di volte. Lo conoscevamo alla perfezione.
Finalmente arrivò Strauss. Era un vecchietto piccolino, con tutti i capelli bianchi. Salì sul podio, ci salutò con un simpatico sorriso, disse alcune frasi di circostanza e cominciò la prova. Appena diede il via, l’ orchestra partì come un razzo, ma dopo qualche minuto, Strauss si fermò e si mise le mani nei capelli. “Signori”, disse “voi suonate proprio tutte le note, alla perfezione. Ma non è di questo che ho bisogno. La musica è fatta anche di altre cose”. In dieci minuti distrusse il lavoro di giorni e giorni di prove. Noi avevamo raggiunto la perfezione formale ma mancava l’ anima.
Altri direttori indimenticabili sono stati  Victor De Sabata, che aveva un inconfondibile gesto danzante. Antonio Guarnieri, per me geniale. Direttore di una capacità incredibile, in ogni campo. Era anche molto strano, pigro, non aveva voglia di studiare. Per questo non è ricordato come meriterebbe. Un giorno doveva dirigere una “prima” di Bloch al San Carlo di Napoli. Si presentò alla prove senza aver mai aperto lo spartito e si trovò subito in difficoltà. “Questa musica mi fa schifo”, disse. Chiuse lo spartito e se ne ritornò in albergo affermando di non voler dirigere.
Bisognava trovare un sostituto, ma non era facile, trattandosi di una “prima” assoluta. I dirigenti del teatro chiesero aiuto all’ autore e Bloch cominciò le prove. Preparò l’ opera con diligenza. Alla prova generale si ripresentò Antonio Guarnieri con lo spartito sotto il braccio. “Che fa qui maestro?”, gli chiesero. “Devo dirigere l’ orchestra” rispose. “Ma c’ è il maestro Bloch”, ribatterono. “Ho un contratto”, disse Guarnieri “e intendo rispettarlo”. Salì sul podio, aprì lo spartito e alzò la bacchetta. Cominciò a dirigere e l’ orchestra sembrava trasformata. Un trionfo. Al termine Bloch corse a stringergli la mano. “Non sapevo di aver scritto una musica così bella”, ripeteva commosso. Che cos’ era accaduto? Durante le prove, Guarnieri se ne era stato nascosto in un palco, con lo spartito e aveva studiato l’ opera”.
“Tra tutti i direttori con i quali ha suonato, chi  ritiene il più bravo?”

“Bruno Walter”.
“E il meno bravo?”


“Igor Stravinski. Era un cane. Un genio come compositore, ma un vero cane come direttore d’ orchestra”.

“L’Augusteo, come sala, venne poi distrutta”.

“Esattamente. Fu un delitto. Aveva un’ acustica miracolosa. In due occasioni ho sentito sia Bruno Walter che Klemperer fermare l’ orchestra durante una prova e dire: “Per favore, ripetete questo passaggio perchè così, come viene in questa sala, non l’ ho mai sentito”. Paderewski, il grande pianista polacco che fu anche presidente  della Repubblica nel suo Paese, all’ Augusteo veniva sempre a suonare gratis perchè diceva che una sala come quella non si trovava in tutto il mondo.
Poi, qualcuno disse a Mussolini che sotto c’ era la tomba di Cesare Augusto ed egli, per cercare quella tomba, fece abbattere la sala. Un giorno l’ orchestra si radunò, a sala vuota. Suonammo gli inni nazionali, per dare l’ addio a quel luogo pieno di ricordi straordinari. Io rimasi a lungo, con un amico a guardare, in silenzio, con un dolore tremendo nell’ animo.
La sala venne abbattuta, ma della tomba di Cesare Augusto nemmeno una traccia. L’ avessero almeno ricostruita. Niente. Da allora in Italia non è più sorta una sola sala da concerto. Questo Paese, patria del melodramma, è pieno di teatri e teatrini, autentici gioielli architettonici, ma non ha una sola sala decente  da concerto. In Spagna, nei mesi scorsi hanno inaugurato sei nuove sale da concerto. Ne ho trovato di meravigliose in Giappone, nei vari Stati Americani e perfino nelle Isole Canarie. In Italia zero”.
“E ad un certo momento della sua vita decise di lasciare la viola per salire sul podio?”

“La passione per la direzione d’ orchestra nacque all’improvviso. Mi accorsi che il suono della viola non mi bastava più: desideravo ardentemente dirigere un’ orchestra. Questo desiderio, che mi meravigliava e spaventava, diventava sempre più forte. Non potevo più reprimerlo: ma come realizzarlo?
Decisi di tentare una prova con i compagni di Conservatorio per vedere cosa sapevo fare. Organizzai una serata alla quale dovevano partecipare anche alcuni colleghi dell’ orchestra dell’ Augusteo. Attesi quella serata con vivissima emozione. Per me era una data fondamentale. All’ ora stabilita andai nel luogo dell’ appuntamento. Fui il primo ad arrivare. Dopo pochi minuti giunse un mio carissimo amico, violinista. Insieme attendemmo gli altri, ma non arrivò più nessuno. Dopo un’ ora andammo a bere un caffè e il mio primo concerto finì con una tremenda delusione.
Decisi di non pensare più alla direzione d’ orchestra. Ma quel desiderio continuava a rodermi dentro come un tarlo. Al Conservatorio c’ era la possibilità di provare con un’ orchestrina di studenti. Mi feci coraggio per vincere la mia timidezza e provare con quella. Al primo contatto capii di aver trovato la mia vera strada. Tutto mi veniva spontaneo e provavo una immensa felicità.
Continuai quelle esercitazioni con gli studenti del Conservatorio. Il mio maestro di viola, appena venne a saperlo, si mostrò contrario. Disse a mio padre, che era venuto a trovarmi: “Non mi pare che Carlo sia adatto a diventare direttore d’ orchestra. Col suo carattere non farà mai strada”. Non mi aveva mai visto sul podio. Poichè continuai senza tenere conto del suo consiglio, a mia insaputa venne a un concerto. Al termine mi disse: “Mi ero sbagliato: devi continuare”.
Come ho già detto, uno dei direttori d’ orchestra che io stimavo e amavo di più era Antonio Guarnieri. Lo ritenevo un talento eccezionale e fui felicissimo quando seppi che avrebbe tenuto dei corsi di direzione orchestrale a Siena. Mi presentai, ma Guarnieri non mi volle. Aveva scelto altri, che io ritenevo non dotati, e aveva rifiutato me. Soffrii tremendamente. Soprattutto perchè constatai che quel maestro, che io adoravo, non mi aveva capito. Ebbi con lui uno scontro terribile. In seguito, cambiò opinione e mi fece chiamare, ma io non andai. Praticamente non studiai direzione d’orchestra con nessuno. Imparai da solo, esercitandomi con i compagni di Conservatorio”.
“Quando tenne il suo primo vero concerto?”


“Dopo la liberazione di Roma. Dovevo tenerlo molto prima, ma la guerra lo impedì. Nel 1940 fui chiamato sotto le armi e mi spedirono in Croazia. Nel 1941, tornai per una breve vacanza matrimoniale. L’ 8 settembre del ’43, quando ci fu l’ armistizio, ero sottotenente ad Agnani, al Comando del gruppo Armata del Sud con il principe di Piemonte. Il generale ci convocò e disse: “Signori ufficiali, la seduta è tolta”. Il principe era già scomparso. A Roma c’ erano i nazisti. Bisognava scegliere: o presentarsi e stare con loro o nascondersi. Non mi presentai e per nove mesi fui sulla lista dei ricercati.
Immediatamente dopo la cacciata dei nazisti da Roma, fu deciso di tenere un grande concerto per celebrare l’ avvenimento. Radunarono in fretta un’ orchestra, ma non avevano il direttore. Alcuni orchestrali si ricordarono di me e vennero a cercarmi. Non volevo accettare perchè in realtà non avevo mai diretto. Ma non c’ erano alternative. E così il mio primo concerto coincise con il primo concerto per Roma liberata. Lo diressi con tutta la carica emotiva che poteva venirmi da quel momento particolare, e fu un trionfo. Da lì cominciò la mia carriera”.
“All’ inizio di questa conversazione lei ha detto che ha sempre voluto “servire” la musica: cosa intendeva?”


“Che ho sempre cercato di essere a disposizione della musica e non mi sono mai servito di essa per interessi personali. Nella mia vita ho lavorato moltissimo, ma non esiste una sola persona che possa esibire una mia lettera in cui abbia chiesto qualche cosa. Pensavo: se posso essere utile a qualcosa, mi cercheranno. Avendo la possibilità di misurarsi ogni giorno con Beethoven, Bach, Mozart, si acquista il senso delle proporzioni. Noi direttori d’orchestra siamo solo dei piccoli uomini che hanno il grandissimo privilegio di lavorare con i geni. Da questa consapevolezza nasce il mio bisogno di essere fedele servitore dei grandi spiriti”.
“Ma lei è diventato un “servitore” eccezionale, unico. Ha fatto carriera, è uno dei più grandi direttori d’ orchestra…”
“Questo io non lo so. Giulini direttore d’ orchestra non lo conosco. Conosco un Giulini musicista, che studia molto, che pensa tanto, che una volta suonava la viola e che poi ha continuato a fare musica insieme ad altri musicisti. Io non sono mai uscito dall’ orchestra: vivo in questo ambiente da più di sessant’ anni, ma non penso mai di essere un direttore d’ orchestra. Odio poi la parola “carriera”. Non ho senso in musica. Non ho mai pensato di essere un tenente che aspira a diventare capitano”.

“Come prepara un concerto?”

 

 

 

 

 

“Studiando molto e riflettendo. Cerco di capire ciò che l’ autore voleva veramente trasmettere e questo è un compito molto difficile. La musica è costituita su una matematica ben precisa, con un particolare, però: manca di unità di misura. Dante, Shakespeare, Schiller hanno scritto delle parole e c’ è un solo modo per leggerle. Beethoven, Bach, Haydn, Mozart invece hanno tracciato dei segni che possono essere interpretati in diverse maniere. Se dico che questo tavolo è lungo due metri, ho l’ idea esatta del tavolo perchè esiste un’ unità di misura: il metro. Se dico “croma” so che è la metà di una “semiminima”: ma quanto è il valore esatto di una “semiminima?” Non esiste un’ unità di misura. Gli autori hanno dato delle indicazioni per la lettura di uno spartito: “adagio”, “andante”, “allegretto”, “forte”, “fortissimo”, ecc..: ma cosa significano questi termini? Ci sono diversi modi di eseguire un “adagio” e ogni volta il senso musicale cambia. Il compito del direttore d’ orchestra è quello di riuscire a interpretare giustamente quelle indicazioni secondo il pensiero dell’ autore.
Un giorno Toscanini mi raccontò un episodio che gli accadde quando era molto giovane. Doveva eseguire i “Quattro pezzi sacri” di Verdi e sentiva che in un certo punto gli veniva un “rallentato” che nella partitura non era indicato. Decise di consultare l’ autore. Attraverso Arrigo Boito ottenne un appuntamento con Verdi e gli espose il problema. Verdi gli disse: “Si metta al piano e mi faccia sentire”. Toscanini eseguì il brano come lo “sentiva” lui e cioè con il “rallentato”. “Va benissimo”, disse Verdi. “Ma quel rallentato non è scritto”, ribattè Toscanini. Verdi ebbe uno scatto d’ ira. “Non si può scrivere tutto”, esclamò. “E’ compito dell’interprete capire quello che occorre”.
Questo diceva Verdi, ma Verdi era un genio. Capire i geni è difficile anche in letteratura, dove la parole hanno un significato chiaro. Figurarsi in musica dove la scrittura è sempre approssimativa. Ecco perchè bisogna studiare e riflettere in continuazione. E non avere mai fretta. Meglio arrivare cinque anni dopo che cinque minuti prima”.
“Qual è il repertorio che predilige?”


“Quello che sto eseguendo in quel momento. Non è una battuta, è una realtà. Dirigere, è un atto d’ amore. Prima del concerto, io sono niente, il musicista è un genio. Nel momento in cui si arriva al “fatto magico”, quando, attraverso il mio gesto le note, mute sulla carta, prendono vita nei vari suoni, allora si consuma un atto d’ amore e quella musica, in quel preciso momento, diventa mia. Ecco perchè è la prediletta. Poi, finito il concerto, si torna da capo: io sono niente e il compositore è un genio”.
“Ma ci saranno degli autori verso i quali si sente più attratto.


“Certo: sono quelli che dirigo. Le loro musiche sono le musiche della mia vita”.
“Ci sono compositori celebri che lei ha rifiutato?”


“Sì, con tutto il rispetto. Ma non voglio fare  nomi”.
“Secondo lei, la musica può migliorare il mondo?”


“Senz’ altro e per tante ragioni. La musica offre delle sensazioni che lasciano libera la fantasia. Oggi, in un mondo dominato dalle immagini visive, la musica diventa necessaria. Gli uomini sono afflitti da problemi, dolori, preoccupazioni e la musica offre distensione, amore, gioia, speranza”.
“Di fronte al futuro dell’ umanità, lei è ottimista o pessimista?”


“Credo che l’ uomo abbia in sé “qualchecosa” che la scienza non può valutare, e sarà questo “qualchecosa” a salvare l’ umanità. Se penso al progresso della scienza, resto sconcertato. Negli ultimi settant’ anni la scienza ha avuto una sviluppo superiore a quello fatto in decine di secoli precedenti. Che cosa succederà tra cinquant’ anni? Io sono un uomo religioso, un uomo che crede in Dio e sono certo che, nonostante tutto, sarà lo “spirito” a guidare il mondo. In questo senso sono ottimista”.
“Ama la musica contemporanea?”


“Ho fatto molte prime esecuzioni, soprattutto quando ero giovane, ma non mi è mai stato richiesto di ripeterle. La musica contemporanea interessa certamente lo studioso, ma un discorso su di essa è assai complicato. Tutte le volte che lo affronto, mi si presenta davanti un inquietante punto interrogativo. Io sono stato amico di Casella, di Malipiero, di Pizzetti. Musicisti eccezionali, ma la loro musica non viene praticamente eseguita. Da giovane mi sono battuto per Stravinski, per Bartok, per Hindemith: ma adesso un giovane per chi può combattere? Qualcuno mi può citare un’opera che negli ultimi cinquant’anni sia entrata in repertorio?
C’ è un giudizio crudele della storia. Ai tempi di Mozart, di Beethoven, di Brahms c’ erano decine di musicisti che agivano, alcuni dei quali erano ritenuti dei fenomeni insuperabili e sono completamente spariti, totalmente dimenticati. Bach, invece, per anni e anni è stato sconosciuto e lo stesso destino è accaduto per Vivaldi. Queste vicende storiche ci fanno pensare. Io credo che quando la musica è espressione di una moda, di sentimenti “datati”, legati al “contingente” di un periodo storico, è destinata a scomparire; quando invece è “espressione” dei valori assoluti, resta per sempre. Che cosa resterà della musica del nostro tempo, non lo so”.

“La musica ha un avvenire? Verranno ancora composte delle sinfonie, delle opere capaci di entusiasmare e commuovere le folle?”


“Anche a questa domanda è impossibile rispondere. Parlando di musica, parliamo, in genere, di un’arte in realtà giovane, che ha più o meno appena 400 anni. Infatti, solo nel quattrocento è stato fissato un rigo, il pentagramma, e una serie di note con il loro specifico nome ed è cominciata la scrittura musicale. Ma la musica esisteva da sempre. E’ nata con l’ uomo. E’ un gesto, un ritmo. Mentre le altre arti si fissavano nella scrittura, nel segno, la musica è andata avanti per millenni senza la possibilità di essere codificata. Quando questo si è verificato, la musica, da Monteverdi a Schoenberg, ha compiuto un itinerario meraviglioso, stupendo.
Poi, è accaduto qualche cosa. C’ è stata una specie di “cacciata dall’Eden”, dal paradiso terrestre. La musica ha come “smarrito” il linguaggio universale che costituisce la sua essenza, non è più riuscita a parlare alle masse. Sono iniziati studi, ricerche, esplorazioni, esperimenti un po’ ovunque, in tutto il mondo, ma ancora non si vede una strada da percorrere. Tempo fa, il maestro Pierre Boulez, uno dei maggiori ricercatori, che per tanti anni ha lavorato sulla musica elettronica, ha detto alla televisione francese: “L’esperimento è finito”. Che cosa voleva intendere? Che non si può andare avanti? Che il ciclo della musica si è chiuso per sempre? Non lo so. Attualmente siamo in grado di produrre degli “effetti sonori” che vanno benissimo per commentare le immagini di un film. Ma forse solo tra cento, duecento anni si potrà sapere se il nostro tempo ha prodotto della musica vera”.
“Da molto tempo lei dirige e incide solo musica sinfonica. Negli anni Cinquanta e Sessanta era considerato il più grande interprete del repertorio lirico italiano: perchè ha abbandonato l’opera?”


“Sul melodramma ho le mie idee e le mie convinzioni. Ritengo che per allestire dignitosamente un’ opera lirica siano indispensabili tre elementi fondamentali: “voci”, che devono essere strumenti capaci di fare musica; “parte visiva”, perciò dei registi; e “tempo”, occorre tempo per provare e riprovare.
Ho fatto l’ opera in un periodo fortunato, quando avevo a disposizione voci straordinarie, pensiamo alla Callas, alla Tebaldi, a Corelli, a Bastianini; e c’ erano registi altissimi, come Luchino Visconti, inoltre avevamo tutto il tempo necessario per preparare i nostri spettacoli. Quando feci la “Traviata” alla Scala nel 1955, con la Callas e Visconti, prima di iniziare le prove, io, la Callas e Visconti abbiamo lavorato per due settimane solo su Violetta. Tutti i giorni ci chiudevamo in una stanza e si lavorava senza guardare mai l’ orologio. Volevamo che il personaggio corrispondesse a ciò che voleva Verdi. Poi, abbiamo iniziato le prove e anche queste sono andate avanti senza barriere di tempo. Abbiamo ottenuto dei buoni risultati perchè quell’ allestimento viene ancora citato come un punto di riferimento.
Allora si poteva lavorare in questo modo. Poi le cose sono cambiate. I registi hanno cominciato a voler fare la “loro” Traviata, il “loro” Falstaff, il “loro” Don Giovanni, la “loro” Norma, dimenticando che queste opere hanno autori del calibro di Verdi, Mozart, Bellini; gli artisti non avevano tempo per provare: oberati da impegni in ogni parte del mondo, davano una disponibilità di pochi giorni per le prove, inoltre le loro voci apparivano logore e mortificate da una routine massacrante. No, in queste condizioni non è possibile fare l’ opera, almeno per me e così con il melodramma ho rinunciato definitivamente”.

“Lei ha conosciuto bene Maria Callas”.


“La prima volta ci siamo incontrati a Bergamo nell’ottobre del 1951. Dovevo dirigere la “Traviata” con la Tebaldi che si ammalò ed arrivò Maria Callas. “Guardi che io faccio tutto diverso dalla Tebaldi”, mi disse. “Signora”, ribattei “qui c’ è scritto tutto: opera di Giuseppe Verdi. Facciamo quello che vuole lui”. E cantò benissimo. Poi, alla Scala abbiamo lavorato molto insieme. Era una grandissima artista e aveva un profondo rispetto per gli spartiti”.

“In un certo senso lei è stato anche il pupillo di Toscanini”.


“Il maestro mi ha voluto molto bene. Lo incontrai a Milano alla fine degli anni Quaranta. Io ero direttore dell’ orchestra dalla Radio che avevo fondato. Avevo eseguito diversi concerti che erano stati recensiti bene. Non avevo il coraggio di farmi vedere da Toscanini anche se desideravo moltissimo conoscerlo. Ero però amico di Wally, la figlia di Toscanini, e fu lei che un giorno mi telefonò dicendomi: “Papà vuole vederti”. Andai nella loro casa, in via Durini, con il cuore che mi batteva forte per l’emozione. Pochi giorni prima avevo diretto un’opera alla radio e Toscanini, quando mi vide, prima ancora di salutarmi, mi disse: “Ho sentito l’ opera alla radio, non la conosco, ma i tempi erano giusti”.
Fu subito cordialissimo. Sembrava che ci conoscessimo da sempre. Nacque un rapporto indimenticabile. Quando dirigevo, veniva alla Scala, spesso anche alle prove, mi dava consigli, si discuteva insieme. Aveva una casa all’ Isolino, sul lago Maggiore e andavo da lui, con mia moglie, stavamo là tre, quattro giorni, a parlare di musica. Era un grande direttore, un vero “servitore” della musica, è stato lui a insegnarci a  rispettare gli spartiti, ma era anche un grande uomo, che non si è mai servito della musica per interessi personali”.
“Lei ha conosciuto i grandi direttori, quelli che a loro volta avevano conosciuto i mitici compositori dell’ Ottocento, ha quindi una conoscenza e un’ esperienza che affondano le radici nel cuore della musica: perchè non tiene lezioni di direzione d’ orchestra?”


“Perchè sono convinto che questa professione non si possa insegnare. Se si tratta di parlare di partiture, di criteri di interpretazione lo posso anche fare. Ma insegnare il gesto per esprimere il mondo musicale che uno ha dentro, è impossibile. Come ho già detto, da giovane ho avuto la fortuna di suonare con i più grandi direttori del passato: ognuno aveva un suo modo di dirigere. De Sabata e Guarnieri, per esempio, erano due grandissimi direttori con tecniche completamente opposte. Poi c’ è il fatto che non mi sentirei a mio agio nel ruolo di “maestro”, di insegnante. Io sono convinto che ho ancora tanto da imparare. Qualche volta dei giovani mi chiedono di assistere alle prove che faccio con l’ orchestra e al termine vengono a parlare con me. Questo mi fa molto piacere e sono felice se posso dare dei consigli utili”.
“Quali sono i segreti per diventare un grande direttore d’ orchestra?”


“Non ci sono segreti. Ritengo che sia molto utile studiare a fondo composizione ed esercitarsi a scrivere musica per imparare, con la fatica della mano, le strutture di un brano musicale. E poi bisogna conoscere l’ orchestra. L’ orchestra non è uno strumento, ma un insieme di esseri umani che suonano degli strumenti. Il bravo musicista non è quello che esegue esattamente ciò che è scritto, come farebbe una dattilografa. Il musicista deve dare qualcosa di se stesso, la “sua partecipazione vitale”. Solo allora la musica diventa “viva”. Tocca al direttore creare le condizioni perchè si realizzi la “partecipazione vitale” di tutti i professori d’ orchestra”.
“Dopo una lunghissima carriera e innumerevoli concerti tenuti in tutto il mondo, cosa prova prima di salire sul podio?”


“Ho una tremenda paura. Se potessi, scapperei. Mi prende una stretta allo stomaco e non riesco né mangiare né bere. Faccio addirittura fatica a reggermi in piedi. Ma è bene che sia così. Spero di aver sempre paura. Il giorno in cui salirò sul podio senza questa angoscia, vorrà dire che sono entrato nella “routine” e sarà la fine. Però, nel momento in cui mi chiamano passa tutto. Entro in uno stato di estrema serenità, quasi in una “trance”. In quel momento inizia quell'”atto d’ amore” di cui le ho parlato. La musica diventa mia e vivo momenti indicibili. Non sento neppure la fatica. Ci sono esecuzioni che richiedono anche un tremendo sforzo fisico, ma non lo sento. Ho le energie e lo slancio di quando avevo trent’ anni”.
“A proposito, come fa a mantenere un fisico così asciutto e snello?”


“Non faccio ginnastica, nè seguo diete. Durante i concerti e durante le prove faccio delle sudate tremende che mi fanno perdere ogni volta dei chili”.
“Che effetto le fa essere conosciuto ed amato in tutto il mondo?”


“Sarebbe ingiusto e stupido affermare che la popolarità e il successo mi lasciano indifferente. Però non mi soffermo mai a pensare a questi dettagli del mio lavoro. Il direttore d’ orchestra Giulini, non lo conosco. Io sono una persona come tutti, che fa un certo mestiere e si diverte a farlo. Non bisogna mai portare a casa l’ applauso. Bisogna lasciarlo in teatro, nella sala da concerto perchè il vero significato dell’ applauso è un “grazie” prima al compositore e poi ai musicisti che eseguendo quella musica hanno dato gioia”.
“Lei mi ha detto, e lo ripete spesso, che la cosa più bella e preziosa della sua vita è la famiglia”.


“E’ proprio così. Prima di essere un musicista, io sono una persona umana e nella mia avventura in questo mondo ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia meravigliosa e di avere una famiglia straordinaria.
L’ uomo è un essere misterioso. Io sono credente,  cristiano, e, secondo la mia fede, so che l’ uomo, con lo spirito, sopravvive alla sua morte fisica e che, in un futuro, come ha promesso Gesù, ci sarà anche la resurrezione dei corpi per continuare la vita in una dimensione di felicità e di amore, che ci viene indicata nel Vangelo come il “regno dei cieli”. E’ una visione della realtà futura che sembra fantastica, ma alla quale credo profondamente per dono di Dio. Ebbene, in questo disegno è chiaro che il valore della “persona” e di tutto ciò che comporta l’ esistenza della persona, acquista prospettive inaudite. La famiglia, per me, non è solo un gruppo di individui legati tra di loro con vincoli di sangue, è il seme di quel “regno dei cieli”, fatto di dedizione e di amore, a cui siamo destinati.
I miei genitori vivevano queste convinzioni. Me le hanno trasmesse. Ho avuto la fortuna di trovare una moglie, Marcella, che aveva la mia stessa visione della vita e per noi la famiglia è stato ed è tutto”.
“Da tempo sua moglie è ammalata”.


“Il 30 dicembre del 1980, Marcella è stata colpita da un aneurisma, che ha offeso la parte sinistra del cervello, quella che presiede ai meccanismi della parola, ma per fortuna ha lasciato intatta la parte dei sentimenti, delle emozioni.
Marcella è stata la mia vita. Mi sono innamorato di lei a 24 anni e da allora l’amore non è mai mutato, anzi è cresciuto sempre. Lei era tutto per me. Quando si è ammalata mi sono sentito morire. Volevo abbandonare la musica per starle vicino, giorno e notte. Ma poi ho capito che questo lei non lo avrebbe approvato. Così ho deciso di tenere concerti restando sempre vicino a casa. Ho rinunciato agli impegni che avevo in America e nelle altre nazioni lontane dall’ Europa. Ha diminuito di molto la mia attività. Non resto mai lontano da casa più di quattro, cinque giorni. Lei lo sa, conta i giorni e mi attende. Quando ritorno, sul suo volto c’ è una grande felicità. Se stessi via di più, soffrirebbe e questo non lo permetterò mai.
Da 14 anni la mia vita è molto difficile. E’ una sofferenza tremenda. Ma una sofferenza che sopporto per amore di Marcella, insieme a Marcella. E così anche questa tragedia ci ha uniti ancor di più.
Intorno a noi ci sono i miei tre figli: Stefano, che è un cardiochirugo, docente universitario in chirurgia; Alberto, pittore, e Francesco, architetto. E poi le nuore e sei nipotini. Una famiglia molto unita”.
“Lei è molto conosciuto in Giappone. Qualcuno ha scritto che in autunno dovrebbe andare in tournèe in quel Paese con l’ Orchestra Filarmonica di Vienna”.


“Amo il Giappone. E’ un Paese nobile. La mia attuale casa discografica, la Sony, è giapponese. Perciò mi piacerebbe molto fare una tournée nella Terra del Sol Levante, ma non è possibile. Per le ragioni che le ho detto: non posso stare lontano da mia moglie.
In Giappone sono stato tre volte. Ricordo l’attenzione del pubblico, il suo modo di seguire la musica con preparazione e competenza, la bellezza delle sale da concerto, che hanno una sonorità incantevole e l’ incredibile ospitalità della gente. In poco tempo, i giapponesi hanno perfettamente assimilato il nostro mondo musicale, che è estraneo alla loro cultura, dimostrando una intelligenza e una duttilità mentale incredibili. E’ un popolo veramente straordinario”.
” Quali sono i suoi prossimi impegni?”


“Sto terminando per la Sony l’ incisione delle Nove Sinfonie di Beethoven. Poi inciderò la “Messa in si minore” di Bach. Ho vari concerti in Europa e tanti progetti. Ho compiuto ottant’ anni ma il mio animo ne ha sempre venti, e allora continuo a sognare e a far progetti”.
Nota. Carlo Maria Giulini ha smesso di dirigere nel 1998,  dopo un leggero malore che lo aveva colpito sul podio. Da quel momento, si era ritirato a vita privatissima, non aveva più voluto neppure assistere ad un concerto. Diceva: “Con la musica ho chiuso per sempre. Non posso più neppure ascoltare i miei dischi. Mi danno troppe emozioni e le emozioni sono nocive alla mia salute”. In realtà, aveva dato un taglio netto con il suo passato tanto glorioso perchè, nel frattempo, aveva perduto la moglie Marcella. E, senza Marcella, non provava più alcun interesse per le vicende di questo mondo.

Fonte: http://www.tonyassante.com/renzoallegri/giulini/indice.htm

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