Christian Thielemann dirige uno storico Ring a Bayreuth

Per chi, come me, ama la musica di Wagner, le trasmissioni radiofoniche in diretta dal Bayreuther Festspiele sono da sempre un appuntamento fisso dell’ estate. Quest’ anno, dopo la secca delusione del Lohengrin inaugurale con il debutto di Jonas Kaufmann e Andris Nelsons, e la contestatissima regia di Hans Neuenfels, ho focalizzato la mia attenzione sull’ ultima ripresa del Ring diretto da Christian Thielemann, in scena dal 2006, allestito scenicamente dallo scrittore e commediografo Tankred Dorst, che subentrò come responsabile al regista cinematografico danese Lars von Trier. Quest’ anno, il cast proponeva importanti variazioni nei ruoli principali. Nella Walküre, abbiamo sentito Johan Botha come Siegmund al posto di Endrik Wottrich, Mihoko Fujimura passata da Erda ai panni di Fricka ed Edith Haller quale nuova Sieglinde. Nel Siegfried e nella Gotterdämmerung il ruolo del protagonista è stato affidato a Lance Ryan, già applaudito interprete della parte nelle recenti produzioni di Firenze, Salzburg e Valencia. Tra le voci gravi, Eric Halfvarson, di ritorno a Bayreuth dopo dieci anni di assenza, è subentrato a Hans-Peter König nel personaggio di Hagen.
Christian Thielemann festeggiava quest’ anno i suoi dieci anni di presenza sulla Grüne Hügel, dove si è definitivamente imposto come il direttore wagneriano più interessante dei nostri tempi. La sua interpretazione del Ring è stata di un livello qualitativo tale da poterla ricordare a buon diritto tra quelle che hanno fatto la storia esecutiva di questo monumento del teatro musicale di tutte le epoche.
Il direttore berlinese ha iniziato con un Das Rheingold abbastanza oggettivo e contenuto nell’ atmosfera di insieme, lucidissimo nell’ esposizione di tutti quei temi musicali che costituiranno l’ architrave del ciclo, ma non eccessivamente sottolineato, quasi una preparazione minuziosa a quanto accade dopo. Già nel primo atto della Walküre Thielemann ha cominciato ad arroventare le atmosfere orchestrali, con una narrazione sempre più ricca di fervore e passionalità, purtroppo non pienamente assecondata a livello vocale da Botha e dalla Haller, anche se il basso coreano Kwangchul Youn è stato un Hunding sufficientemente vigoroso e imponente. Nei due atti successivi al contrario si è imposta la classe del Wotan di Albert Dohmen, forse con delle note acute non più impeccabili come qualche anno fa, ma fraseggiatore sempre attentissimo e personalità interpretativa in grado di afferrare al volo i suggerimenti coloristici provenienti dalla Orchestergraben, fino ad arrivare a una scena finale commossa e ricca di partecipazione emotiva.
Thielemann poi attacca il Vorspiel del Siegfried con colori densi e fraseggio orchestrale impressionante per ampiezza di suono e cavata. Bene assecondato ancora da Dohmen e dal sufficientemente sicuro Lance Ryan come nuovo Siegfried (insufficiente, al contrario, la prova del troppo usurato veterano Wolfgang Schmidt nel ruolo di Mime) il direttore costruisce un incredibile progessivo accumulo di tensione, fino ad arrivare a una scena della forgiatura della spada letteralmente orgiastica nelle sonorità, salutata da una vera ovazione da stadio alla fine del primo atto. Una narrazione, quella di Thielemann, basata su un’ orchestra splendida per compattezza di suono e “cavata”, con quel fraseggio largo ed epico che si ricollega in maniera marcata alla grande scuola storica di Wilhelm Furtwängler e Hans Knappertsbusch. Impressionante in questo senso la prima scena del terzo atto, con un Dohmen magnifico fraseggiatore in grado di nobilitare e scavare il personaggio, e la buona prova di Christa Mayer, una Erda efficace per ieraticità e solennità. Addirittura rovente l’ atmosfera del grande duetto finale, purtroppo con un Ryan e una Linda Watson che, alle prese con una tessitura tra le più impegnative e dure del repertorio wagneriano, sono apparsi vocalmente scomposti e con problemi di intonazione.
Ma il capolavoro interpretativo di Thielemann si è compiuto questa sera con la Gotterdämmerung. Dominio assoluto della partitura, fantasia narrativa inesauribile, capacità di ispirare i cantanti nei momenti difficili, e soprattutto senso del grande affresco epico, della grandiosità narrativa sono le caratteristiche di Thielemann come interprete della colossale partitura conclusiva del Ring. È questa l’ impostazione di fondo di una lettura che, come detto, si pone come obiettivo la continuazione della grande scuola interpretativa tradizionale, riletta attraverso l’ ottica di un musicista dotato di una personalità interpretativa formidabile e di un´assoluta affinità stilistica con questa musica. Il fraseggio dell’ orchestra di Thielemann sembra sempre naturale e logico, senza la minima forzatura e il dominio complessivo dell´architettura musicale è pressochè assoluto, così come la lucidità e chiarezza nell´esposizione della complessa elaborazione sinfonica dei Leitmotive. Chiaramente, le fonti di ispirazione di Thielemann sono da individuare nelle storiche esecuzioni di Furtwängler e Knappertsbusch, ma sicuramente il direttore berlinese tiene ben presente anche la bellezza dei colori e la ricercatezza dinamica di Herbert von Karajan, del quale è stato assistente all’ inizio della carriera. La compagnia di canto della Gotterdämmerung ha assecondato con molta maggiore efficacia le intenzioni del direttore. Ryan è parso molto più a suo agio rispetto al Siegfried, Halfvarson è stato un Hagen tetro e grandioso nel secondo atto, e la Watson, pur senza fare cose trascendentali, ha retto con sicurezza e sprazzi di fraseggio efficace i tremendi passi della maledizione al secondo atto e del monologo finale. In complesso discrete anche le prove di Ralf Lukas come Gunther, della Haller come Gutrune, della Mayer nel ruolo di Waltraute e dell’ Alberich di Andrew Shore, bravo nella caratterizzazione del ruolo durante tutto il ciclo. Ma a galvanizzare un cast vocale complessivamente buono ma non straordinario ci ha pensato il direttore, creando un arco narrativo di eccezionale tensione e compattezza, culminante in una Trauermarsch sbalorditiva per la potenza del fraseggio orchestrale e l’ ampiezza delle tinte, seguita da una scena finale dove l’ orchestra cantava con una straordinaria intensità e un quasi incredibile fervore espressivo. La meravigliosa esposizione del tema della redenzione d’ amore, magnifica nella nobiltà e plasticità del fraseggio degli archi, ha concluso una della più straordinarie interpretazioni mai ascoltate di questa monumentale partitura. Un magnifico suggello a un’ esecuzione che non esagero a definire di livello storico, un vero punto fermo nella vicenda esecutiva del Ring e della musica wagneriana, con la quale Christian Thielemann si impone definitivamente come il più completo e autorevole interprete attuale del musicista di Leipzig.

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