Katja Kabanova alla Staatsoper Stuttgart

katja-kabanova3La produzione operistica di Leós Janacek ha ottenuto in questi ultimi decenni il posto che le compete sui grandi palcoscenici. A buon diritto, devo dire, perchè, parlando di teatro lirico del Novecento, non si può assolutamente ignorare lo straordinario compositore moravo, assurto alla fama solo all’ età di 62 anni, dopo la rappresentazione di Jenufa al Teatro Nazionale di Praga. Sulla spinta di questo successo, Janacek, dopo la Prima Guerra Mondiale, scrisse nel giro di pochi anni quattro partiture da annoverare assolutamente tra i grandi capolavori della storia del melodramma: Katja Kabanova, La piccola volpe astuta, L’ affare Makropoulos e Da una casa di morti. Opere di squisita fattura musicale e teatrale, dalla scrittura raffinata e modernissima.
La Staatsoper  di Stoccarda, dopo il bell’ allestimento di Jenufa firmato tre anni fa da Calixto Bieito, ha messo in scena una nuova produzione di Katja Kabanova, affidata a Jussi Wieler e Sergio Morabito, autori di molte fortunate messinscene non solo a Stuttgart, ma anche in altri grandi teatri non solo tedeschi: uno dei loro spettacoli di maggior successo, ad esempio è stato l‘ Eugene Onegin rappresentato al Salzburger Festspiele nel 2007 con la direzione di Daniel Barenboim e recentemente pubblicato anche in DVD.
Come per tutte altre sue opere maggiori, Janacek ha scelto anche in questo caso come fonte del libretto una trama di alto impatto emotivo, basata su un dramma dello scrittore russo Alexandr Ostrovskij intitolato “Grosa” (La tempesta). Perno di tutta la vicenda è la descrizione della vita provinciale nella Russia ottocentesca, e all’ interno di essa la storia di una donna combattuta tra il rispetto delle convenzioni sociali e l’ aspirazione a una vita sentimentalmente e socialmente più libera. Katja Kabanova, la protagonista, è quindi animata dagli stessi sentimenti che sconvolgono la vita di Emma Bovary e Anna Karenina. Nella rielaborazione del dramma Janacek mostra fino in fondo le qualità del grande uomo di teatro, costruendo una progressione drammatica avvincente e intensissima. La vicenda si snoda in un’ atmosfera di crescente tensione e fortissimo impatto emotivo, sostenuta da una musica di intensità assolutamente affascinante, con soluzioni di scrittura raffinate e coinvolgenti, sia dal punto di vista strumentale che vocale. Tutta la parte conclusiva dell´opera, a partire dalla tempesta fino al suicidio di Katja, appartiene, insieme al monologo di Emilia Marty che conclude L’Affare Makropoulos, agli esiti massimi del teatro di Janacek, oltre che alle pagine più significative del teatro musicale novecentesco.
In Germania, la grandezza di Janacek fu riconosciuta forse in anticipo, rispetto ad altri paesi. Nel caso di Katja Kabanova, la prima esecuzione fuori dai confini cecoslovacchi avvenne a Köln, nel dicembre 1922, sotto la direzione di Otto Klemperer, a un anno dalla prima assoluta e pochi giorni dopo il trionfale successo della prima rappresentazione a Praga.
Jussi Wieler, che dall’ anno prossimo assumerà l’ incarico di Intendänt  qui alla Staatsoper  Stuttgart, ha immaginato insieme a Sergio Morabito uno spostamento dell’ ambientazione ai primi anni del postcomunismo, scelta condivisibile in quanto la vicenda dell’ opera corrisponde bene a quel senso di smarrimento che la popolazione russa, creciuta in un ambiente oppressivo e burocratico, provava di fronte ad una realtà sociale in rapida evoluzione. Wieler e Morabito, come in tutti i loro spettacoli, hanno curato con grande efficacia la recitazione e ottenuto una resa teatrale efficacissima, senza gli stravolgimenti tipici del Regietheater estremo. In questa produzione si evidenzia in modo assai forte la carica sensuale di certe scene, una sensualità vissuta come sfogo e senza un briciolo di autentica gioia. Le scene scarne ed essenziali di Bert Neumann servivano molto bene a rendere l’ atmosfera grigia e oppressiva che caratterizza tutta la vicenda.
Sulla scena, una compagnia di canto di eccellente livello vocale e scenico. Mary Mills ha impersonato la protagonista mettendo in evidenzia qualità vocali e drammatiche di prim’ ordine. La cantante texana possiede una personalità interpretativa di rilievo e ha reso efficacemente tutte le sfumature della parte, culminando in una scena finale intensissima. Eccellente anche la prova di Tina Hörhold, perfetta nell’ evidenziare la carica erotica e la disinvoltura sentimentale di Warvara.Molto brava anche Leandra Overmann nel ruolo della oppressiva suocera Kabanica. Tra le voci maschili, Pavel Cernoch era un Boris di bella voce e fraseggio assai centrato, così come l’ altro tenore principale, Matthias Klink, efficacissimo nel ruolo del seduttore Kudrjasch, l’ amante di Warvara. Molto bravi anche i due tenori caratteristi, Torsten Hofmann che impersonava Tichon, il marito di Katja, debole di carattere e succube della madre, e Heinz Göhrig, nel ruolo di Kuligin che, in questa versione, ha ricevuto degli ampliamenti, soprattutto nella scena iniziale dell’ opera. Ottima anche la prova del basso finlandese Johann Tilli, già applaudito come Gurnemanz nel Parsifal e che qui impersonava Dikoj, lo zio di Boris,  prepotente e tirannico. Il tutto splendidamente messo in evidenza dalla direzione orchestrale di Michael Schonwandt, che ha tenuto perfettamente in pugno lo svolgimento dell’ azione drammatica, ottenendo colori splendidi e sonorità efficacissime dall’ orchestra della Staatsoper, che si conferma sempre di più come un complesso di alta qualità alla pari del coro del teatro, preparato, per questa produzione, da Johannes Knecht. Teatro esaurito e, alla fine, successo trionfale per tutti gli interpreti. Sicuramente, una produzione tra le più belle viste negli ultimi anni qui a Stuttgart.

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