Intervista a Fiamma Izzo D’ Amico

Fiamma Izzo D’ Amico è stata una delle cantanti più in vista della sua generazione. Debuttante a vent´anni, due anni dopo era a Salzburg per cantare con Herbert von Karajan. In questo colloquio, la cantante romana ci parla della sua carriera che è stata non molto lunga ma intensissima.

1- Tu vieni da una famiglia di artisti, ma come hai maturato la decisione di diventare una cantante lirica?

Ho cominciato a lavorare come doppiatrice a 4 anni con mio padre, mia madre suonava il pianoforte, la musica è sempre stata al centro della mia vita, sono entrata nel coro della scuola ad 11 anni. A quell’ epoca la mia sorella maggiore, Simona, era sposata con un grande cantautore, Antonello Venditti, e io mi divertivo a fare i controcanti delle sue canzoni. Un giorno, quando avevo 14 anni, un produttore della RCA, Lilly Greco, mi ha sentita e mi ha proposto di incidere un disco di musica leggera e di fare delle serate. Avevo una voce squillante e sottile e mi ha suggerito di prendere lezioni dalla madre di un cantautore che lui produceva, Federico Troiani, la madre era Ester Orel, una cantante lirica. Quando mi ha sentita mi ha detto che una voce come la mia nasceva ogni 100 anni, avevo quasi 3 ottave di estensione vocale, arrivavo al sol sopracuto, mi ha detto che ero un soprano incredibile e che avrei dovuto abbandonare la musica pop per la lirica. Io non avevo mai sentito un’ opera, la mia nonna materna mi raccontava le trame delle opere sotto forma di fiaba e mi cantava “Che gelida manina”, ma non avevo mai sentito un’opera. Quella sera stessa, Ester mi lasciò un disco, “La Bohème” cantata da Luciano Pavarotti e Mirella Freni e diretta dal M° H. V. Karajan. È stato “amore a primo udito”, sono rimasta tutta la notte ad ascoltare l’ opera e ho deciso che sarei diventata cantante lirica e che avrei cantato con tutti gli artisti che avevo sentito (così è stato…).Era marzo. Da quel momento ho cominciato a studiare ore e ore da sola e con la maestra, a settembre ho fatto il concorso per il conservatorio di Santa Cecilia e sono riuscita ad entrare. Studiavo fino a 6 ore al giorno privatamente con Alessandra Gonzaga e suo padre, il M° Ruisi. Dopo 3 anni ho fatto il mio primo concorso di canto al Teatro Regio di Torino, in palio c’ era il debutto nella Bohème, ho vinto insieme a Nuccia Focile e Daniela Longhi, abbiamo diviso le recite cantando sia Mimì che Musetta. Dopo 20 giorni, in giugno ho vinto il 16° concorso Toti Dal Monte a Treviso e ho cantato anche lì La Bohème. In agosto ho cantato La Bohème a Torre del Lago e sempre in agosto durante una vacanza a Salzburg sono andata a chiedere dei biglietti alla segretaria del festival, che ha saputo che ero una giovane cantante e mi ha proposto di fare l’ audizione con il M° Karajan. Dopo l’ audizione avevo il contratto in tasca, per 8 mesi ho passato 10 giorni al mese a Salzburg con il Maestro a studiare Don Carlos.

2- La tua carriera ha avuto uno sviluppo rapidissimo. Col senno di poi, è stato positivo o negativo arrivare subito ai grandi palcoscenici?

Visto come è andata la mia vita, dico di sì, assolutamente sì, molto positivo, ho sempre cantato con i più grandi, ad altissimo livello, se non avessi fatto ciò che ho fatto nel momento in cui l’ ho fatto non lo avrei fatto…

3- Quando hai cominciato a studiare, avevi un modello tra i grandi cantanti del passato?

Assolutamente sì: Maria Callas, non vocalmente, perché purtroppo non ho mai avuto la voce della Callas, ma interpretativamente sempre! Poi studiavo moltissimo con mio padre tutte le sfaccettature dei personaggi.

4- La tua non è stata una carriera lunga. Puoi spiegarcene i motivi?

Ho sacrificato alla lirica la mia vita, da quando avevo 14 anni, fino ai 36 mi sono sempre impegnata, ho messo tutte le mie energie nel canto, per me contava solo quello, studiare, prepararmi, con grande maniacalità registravo ogni mia lezione poi riascoltavo, correggevo, rifacevo, ristudiavo, ho messo da parte tutto. Quando sono arrivate le mie figlie, il mio punto di vista è cambiato, per me il centro della mia vita sono diventate loro, la mia famiglia. Le ho sempre portate con me, dopo 15 giorno dal parto della mia prima figlia ero in palcoscenico e la allattavo durante le pause. Dopo 4 giorni dalla nascita della seconda ero a Rotterdam a -23 gradi con lei e la sorellina maggiore. Sono andata in crisi quando la mia prima figlia è entrata in età scolare e quando nel 2000 anche la seconda bambina, Lilian, è andata a scuola e la sera quando dopo le prove chiamavo casa, piangeva le ore al telefono, chiedendomi perché avessi fatto delle figlie se volevo fare la cantante, ho deciso di smettere. Era troppo dura stare senza loro, il mio matrimonio era andato in crisi e io non me la sono sentita di lasciarle in mano ad una baby sitter. Mio padre aveva una società di doppiaggio e io ho pensato di poter tornare al mio antico lavoro e condurre una vita normale.

5- Come sceglievi i ruoli da affrontare e quel era il tuo metodo di studio?

Non ho cantato molte opere: La Bohème, La Traviata, Manon (Massenet) Don Carlos, Carmen (Micaela), Otello, Tosca, Pagliacci, Turandot (Liù), Mefistofele, Le Nozze di Figaro (Contessa), Requiem di Verdi, Eugene Onegin, Falstaff ma ho studiato anche La Rondine, Thais, Butterfly, Don Giovanni, L’amico Fritz, il Trovatore, il Pirata. Per me contava il personaggio, se sentivo che era vicino al mio temperamento era fatta! Ho sofferto molto a trovare la dolcezza di Desdemona, l’ abbandonarsi agli eventi di Tatiana, la pazienza della Contessa, poi lo studio della parte musicale, l’ assoluto rispetto dell’ autore era la mia parola d’ ordine. L’ultima parola la aveva sempre la mia maestra di canto. Solo una volta non l’ ho potuta ascoltare e ne sono felice, quando Karajan mi ha chiesto di cantare Tosca, lei non era d’ accordo: “Devi aspettare 10 anni”. Quando l’ho detto a Karajan lui mi ha risposto: “Non ho 10 anni per aspettarti, devi fidarti di me, io ti dico che la puoi fare”. Mi sono fidata e sono felice di averla cantata ma soprattutto studiata per più di un anno con lui.

6- Tu sei stata una delle ultime scoperte di Herbert von Karajan. Ci puoi raccontare le tue esperienze di lavoro con il Maestro?

Aver studiato e cantato con il Maestro è una delle cose più belle della mia vita, la stima che aveva per me, le emozioni che mi ha regalato, ho centinaia di cassette con le nostre registrazioni, ho 27 ore solo sullo studio di “S’ancor si piange in cielo, piangi sul mio dolore”, ogni tanto ascolto le lezioni sulla Tosca (che ho cantato solo con lui e solo 2 volte per non rovinare quel ricordo) nelle quali lui si commuove. “Sei il più grande talento che abbia conosciuto” mi ha detto dopo avermi sentita cantare per la prima volta “Io quella lama gli piantai nel cor”, adorava il mio modo di cantare, il mio temperamento, la mia voce e mi dava tante soddisfazioni anche durante le prove. Accanto al mio pianoforte ho la sua foto con dedica “ A Fiamma con Ammirazione”. Cosa potrei desiderare di più? Certo ho pagato caro l’ aver cantato con lui, perché tutti i direttori dopo di lui mi hanno sempre guardata con sospetto ma ripeto, è stata un’esperienza grandiosa.

7- Sei soddisfatta di quello che hai fatto sulle scene oppure hai qualche rimpianto?

No, non ho né rimorsi né rimpianti, ho cantato quello che volevo, quando volevo e come volevo. Non mi sono mai assoggettata alle richieste degli agenti che mi spronavano a cantare di più, a vestirmi come dicevano loro, a mettere i brani che dicevano loro nei concerti, mai, ero una ribelle, facevo solo ciò che sentivo di fare, per me studiare era la cosa più importante, dovevo sentirmi sicura. Per cantare Onegin ho studiato con un maestro russo per un anno, i miei agenti erano furibondi, io volevo cantare un mese sì e un mese no, dovevo studiare un mese tra un’ opera e un’altra, non accettavo mai due opere di seguito. Sono felice di tutto ciò che ho fatto e anche di aver lasciato per stare con la mia famiglia, per vivere la mia vita di donna completamente, sono felice del lavoro che faccio oggi. Mi dà grandissime soddisfazioni. La vita della cantante fuori dal palcoscenico è un inferno, non esiste niente, non c’è amicizia, non c’è amore che tenga, non esistono rapporti umani, c’è la camera di un hotel e il percorso dall’hotel al teatro, non c’è una vita, in pratica. A me piace stare con le mie sorelle, con gli amici, cucinare, parlare con le mie figlie, coccolare l’  uomo che amo, tornare a casa, ammazzarmi di palestra, uscire in una giornata di pioggia senza l’ ombrello, andare al mare e nuotare per 2 ore senza preoccuparmi se perderò la voce. Tutte cose che durante i miei anni di carriera non ho potuto fare.

8- Tu sei stata una delle Violette più in vista della tua generazione. Come vedevi il personaggio verdiano e qual era il tuo criterio di interpretazione?

Violetta è uno dei miei personaggi preferiti, mi commuoveva il fatto che morisse alla mia età, sentivo moltissimo le sue emozioni, la gioia malinconica del primo atto, la voglia d’ amore, la dedizione nei confronti di Alfredo, la comprensione per il padre di lui. Ci sono dei momenti in cui avevo il pianto in gola, oltre che il terrore per la performance, naturalmente: quando gli invitati vanno via prima di “Follie, follie”, mi sembrava di morire. “Perché ve ne andate?” sussurravo agli artisti del coro mentre uscivano di scena, poi l’ aria cominciava e mi abbandonavo alle emozioni, le vivevo in pieno. Quando cadevo in ginocchio prima di “Dite alla giovine” mi si riempivano gli occhi di lacrime vere, ero davvero spossata. Quando dovevo cantare “Che gli dirò, chi mi darà il coraggio?” sentivo tremarmi i polsi, quando vedevo entrare Alfredo mi avvinceva un’ emozione profonda. Mi spaventava moltissimo “Addio del passato” perché mi veniva da piangere quando la cantavo e non riuscivo a tenere l’ acuto finale quanto volevo, così mi facevo una specie di training autogeno prima di leggere la lettera per cercare di non immedesimarmi troppo. La frase che certamente ha sempre stupito il pubblico e la critica è senz’altro “Gran Dio, morir sì giovine” perché era quasi un grido di rabbia, quasi un insulto a Dio, un urlo contro di lui. Mi ispiravo a ciò che mi aveva raccontato anni prima mia sorella Simona, quando era andata a trovare una sua amica, Stefania Rotolo, che stava morendo di cancro a 30 anni, l’ aveva sentita urlare che non si può morire a quell’ età, mi aveva impressionata quel racconto e quando cantavo quella frase le facevo ogni sera un omaggio. Poi avevo studiato il finale con il mio papà Renato, mi aveva detto che suo padre prima di morirgli fra le braccia gli aveva detto proprio quello che dice Violetta, che si sentiva meglio e si era voluto avvicinare alla finestra per vedere l’ alba. Per quanto riguarda l’ aspetto tecnico è difficilissima, per cantare Violetta ho cantato tutta l’ opera tutti i giorni 2 volte al giorno per un anno, ho studiato il primo atto in ogni minimo particolare, volevo essere padrona di ogni nota, di ogni picchettato e non avere paura di niente.

9- Cosa pensi dei dischi e dei video? Ritieni che siano utili e quali sono le tue registrazioni che trovi meglio riuscite?

Mi piacciono solo i video e le registrazioni dal vivo, alle registrazioni in studio non credo, so come le fanno e sono un inganno per gli ascoltatori, io ho inciso pochissimi dischi, ma mi rifiutavo di registrare i pezzettini, le note, volevo le mie imperfezioni. Mi sono divertita tantissimo a cantare Carlotta nella versione cinematografica de “Il fantasma dell’opera”, è stato molto difficile! Sono fiera della mia “Bohème” in mondovisione dalla Cina con Luciano Pavarotti e della mia Elisabetta nel “Don Carlos” diretto da Karajan, entrambe dal vivo.

10- Cosa pensi del rapporto tra canto e recitazione? Quale dei due aspetti è più importante, secondo il tuo punto di vista?

Naturalmente la recitazione per me è tutto, il canto viene di conseguenza, per poter cantare liberamente però si deve possedere una tecnica infallibile. Si deve studiare.

12- Karajan a parte, quali sono i colleghi di lavoro che ti hanno maggiormente impressionato?

A proprio modo ciascuno dei colleghi mi ha impressionata, sorpresa, colpita! Pavarotti per la sua potenza vocale, Carreras per la sua gentilezza d’ animo che traspariva dal suo fraseggio, Domingo per la professionalità. Ricordo con affetto il M° Tiziano Severini che mi ha fatto debuttare ne “La Traviata” e con il quale ho debuttato alla Scala di Milano, è stato un grande punto di riferimento per me, una guida, la sua fedeltà allo spartito mi ha sempre affascinata. Poi ci sono colleghi che mi hanno colpita per la loro crudeltà, per la loro bassezza, per la loro ignoranza, ma questa è un’altra storia…

13- Come vedi il mondo della lirica attuale?

Lo vedo piuttosto in crisi, penso che dipenda molto dagli agenti assetati di denaro e di potere, che non danno ai ragazzi il tempo di studiare, di prepararsi a dovere. I teatri poi diventano sempre più poveri, concedono sempre meno prove, tutto si è velocizzato ma nell’Opera c’ è bisogno di tempo!

14- Se un giovane intenzionato a diventare un artista lirico venisse a chiederti dei consigli, cosa gli potresti dire?

Di pensare molto bene a quello che vuole dalla vita. Se è disposto a sacrificare tutto per amore del sacro fuoco, gli direi di studiare, studiare e ancora studiare. Di prepararsi tecnicamente e di studiare attentamente sia lo spartito, che il libretto di ogni opera che deve affrontare e di leggere, di leggere tanto, non si può cantare la Tosca senza aver letto la Tosca di Sardou, o cantare Nozze di Figaro senza aver prima assaporato Beaumarchais o Otello senza conoscere l´Otello di Shakespeare. Sento tanti miei colleghi in carriera che sono impreparati e in crisi vocalmente. Secondo me è perché non si fermano mai a studiare, danno la tecnica per scontata, dopo cinque anni non studiano più con il maestro di tecnica, non si mettono in discussione. Ci vuole sempre qualcuno che ti rimetta in riga, ci vuole grande modestia per cantare!

15- Sei rimasta in contatto con l´ambiente della lirica? Vai ancora a teatro? Qual è lo spettacolo che ti è piaciuto di più ultimamente?

Vedi, in effetti io non ho mai smesso di cantare, vado a lezione abitualmente dal M° Boemi, abbiamo fatto un concerto per un convegno di medici in dicembre e ci siamo molto divertiti, curo la mia voce come se dovessi cantare domani sera, mi piace essere sempre in forma e poter cantare non appena lo desidero. Vedo alcuni amici come Pino Sabbatini, sento Francesca Patanè ogni tanto ma non ho avuto molti amici in questo settore. A teatro soffro troppo, vado raramente.

16- Da noi in Germania la lirica ha il suo giusto spazio nella programmazione televisiva. Perchè in Italia non è così?

In Italia si è tentato tanto di inserire la lirica in TV ma i primi a non volerlo sono proprio i melomani, ricordo che prima del debutto in Manon, andai ospite in una trasmissione e cantai “New York, New York”. La critica si stupì che fossi riuscita a cantare tutto il ruolo di Manon dopo quell’ apparizione televisiva, era durata 5 minuti, contro 5 ore di opera!!! Voglio dire che in Italia si è prevenuti. Purtroppo in Italia contano solo gli ascolti e il pubblico non è educato a vedere l’ opera in tv. Qualche mese fa sono stata ad un incontro con il direttore di RAI1 che voleva fare una trasmissione sulla lirica, hanno mandato in onda solo la prima puntata!

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