Werther et Melisande

Si muore di noia, ultimamente, a teatro. Questo è il primo pensiero che mi è venuto in mente alla fine del Werther trasmesso ieri sera su ARTE, nell’ allestimento dell’ Opèra di Parigi.

Sono da sempre un grande appassionato di quest’ opera, che ritengo un vero banco di prova per gli interpreti principali, ai quali è richiesta personalità  e capacità di lavorare di fino sulle sfumature e sui colori. Niente di tutto questo era percepibile ieri sera: al contrario, ho visto uno spettacolo di una noia mortale e di una mediocrità interpretativa imbarazzante.

Volendo andare nei dettagli, cominciamo dalla direzione orchestrale di Michel Plasson, vecchio routinier da grandi palcoscenici, mai stato interprete particolarmente significativo, ma in questa circostanza scolastico, slavato e spento nei ritmi e nei colori. Nessuna concezione interpretativa, nessuna finezza, nessuna capacità di suggerire alcunchè al palcoscenico. Suono piatto e banale, con sonorità, per quel che si poteva valutare dall’ audio televisivo, anche discutibili, come nel caso delle sforate degli ottoni nel preludio e nell’ intermezzo orchestrale fra il terzo e il quarto atto. Insomma, una delle peggiori interpretazioni (se è lecito usare questa parola per una cosa del genere) da me mai udite in quest’ opera.

La parte scenica era affidata a Benoit Jacquot, che gli appassionati ricorderanno come regista della Tosca cinematografica con la Gheorghiu e Alagna. Anche lui non sembrava essersi molto impegnato alla ricerca di qualcosa di originale visto che abbiamo assistito a un clima di catatonia generale, con un protagonista che la passionalità la esprimeva al massimo lasciandosi cadere in terra. Qualcosa di simile ad un Pelleas et Melisande di provincia, sullo sfondo di scene squallide e disadorne, in stile arredamento Ikea, tanto per capirci.

In un simile quadro generale, l’ unica possibilità di vedere e sentire qualcosa di interessante sarebbe potuta venire da cantanti in grado di prendere in mano la situazione e movimentare la recita con un po’ di passionalità.

Ma forse esigere qualcosa di simile era chiedere troppo ad una cantante come Sophie Koch, già scarsina di suo come interprete, e che ha delineato una Charlotte dimessa, timida, di timbro generico e slavato, inerte e meccanica nel fraseggio, tutte cose già evidenti nel suo Oktavian da me udito l’ anno scorso a Baden Baden.

Veniamo adesso a Jonas Kaufmann, che era sulla carta la vera attrazione della serata. Nei suoi primi anni di carriera qui a Stoccarda il tenore tedesco era diventato un beniamino del pubblico per la consistenza e la bellezza della voce, oltre che per la recitazione veramente di classe. Presa la strada delle grandi platee, sembra proprio che il patrimonio vocale stia rapidamente deteriorandosi. Già a Baden Baden nel Rosenkavalier lo scorso anno, poi dopo alcuni mesi a Berlino nella Nona di Beethoven e infine a München nel complessivamente disastroso Lohengrin, visto a dicembre anche in tv su 3sat, avevo notato un progressivo indurimento di una voce che sembrava anche aver perso volume e smalto. La stessa impressione la avevo avuta nella Carmen scaligera di un mese fa, ma sapendo che Kaufmann era arrivato indisposto alla prima, attendevo questo Werther per una conferma, che è arrivata puntualmente. Una linea vocale che si districava tra forzature e falsetti, per un personaggio del tutto privo di eleganza, stilizzazione e originalità, a causa di un fraseggio monotono e meccanico. Non siamo arrivati ai veri e propri rantoli esibiti nel Lohengrin, ma sicuramente per Werther ci vuole ben altro.

Oltretutto, come già notavo a proposito della Carmen alla Scala, Kaufmann canta in un francese terribilmente tedeschizzato, con tutte le “e” acute strette, e non si capisce come mai a Parigi, dove sono a volte addirittura pedanti riguardo alla pronuncia della loro lingua, non abbiano rimarcato una cosa del genere.

Sul futuro di questo cantante, c’ è solo da essere pessimisti, a mio avviso, viste le condizioni vocali e sapendo che nei prossimi anni ha in programma di debuttare ruoli come Siegmund e Parsifal: viel Glück, Jonas…altro non si può dire, e bonne chance a mademoiselle Koch che nei prossimi mesi debutterà come Fricka, sempre a Parigi.

Sul resto della compagnia, non val la pena di spendere molte parole, con l’ eccezione al massimo di Ludovic Tézier, professionale e dignitoso nel ruolo di Albert. Per quanto riguarda la pigolante Sophie di Anne Catherine Gillet, visto il cognome sarebbe meglio che si mettesse a fabbricar lamette.

Dopodichè, per chiudere, vi voglio proporre una poesia che secondo me si intona perfettamente al clima della serata.

LE VASE BRISÉ

Le vase où meurt cette vervaine

D’un coup d’ éventail fut fêlé ;

Le coup dut l’ effleurer à peine,

Aucun bruit ne l’ a révélé.

Mais la légère meurtrissure,

Mordant le cristal chaque jour,

D’ une marche invisible et sûre

En a fait lentement le tour.

Son eau fraîche a fui goutte à goutte,

Le suc des fleurs s’ est épuisé ;

Personne encore ne s’ en doute,

N’ y touchez pas, il est brisé.

Souvent aussi la main qu’ on aime

Effleurant le coeur, le meurtrit ;

Puis le coeur se fend de lui-même,

La fleur de son amour périt ;

Toujours intact aux yeux du monde,

Il sent croître et pleurer tout bas

Sa blessure fine et profonde :

Il est brisé, n’ y touchez pas.

(Sully Proudhomme)

Ad ascoltare il Kaufmann attuale, la sensazione più o meno è proprio questa…

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2 pensieri su “Werther et Melisande

  1. Caspita, vuoi dire che è bastato un colpo di ventaglio a incrinare per sempre la struttura del grande Jonas!?

    Speriamo di no, altrimenti come farà con la spada da estrarre, e la lancia da prendere al volo? 

  2. Caro Daland, la situazione è questa. A mio avviso, se comincia a mettere in pratica un tale repertorio, questo non dura più di sette-otto anni.
    Ciao

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