Al Gran Sole Carico d’ Amore di Luigi Nono, regia di Peter Konwitschny

La nostra carissima Anna Costalonga racconta ai lettori di questo blog le sue impressioni sul recente allestimento dell’ opera di Luigi Nono all’ Oper Leipzig.

Un palcoscenico notturno, tempestato di tante piccole luci, come stelle e tante casse, tante, quasi una montagna.
In primo piano, una casetta di vetro, tutta trasparente, dove cercano di addormentarsi due donne bambine, con l’ immancabile orsacchiotto sotto il braccio. Potrebbe essere l’ inizio di una fiaba. Due ragazzine, forse solo un po’ cresciutelle, che mimano alla rivoluzione e intanto scrivono frasi di Marx e Che Guevara sulle pareti trasparenti della loro cameretta. La Bellezza non si oppone alla Rivoluzione. Il pubblico ride, mentre una di queste due “fanciulle” scrive ReBolution invece di ReVolution, per poi correggere quasi subito. Ed ecco una fata vestita di bianco, che arriva a rassicurarle e a parlare loro di Marx e della Comune di Parigi.
Potrebbe essere davvero una fiaba moderna, se non fosse per la musica, tesissima, tellurica, lunare, che proviene dalla buca. Se non fosse che da quello stuolo di casse, all’improvviso risorge, o meglio, insorge, una massa di persone. Di morti. Non è una fiaba, e alla fata adesso si sostituisce la guerrigliera Tania Bunke (Cuba, 1953). Il mio nome diventerà nulla? Siamo giunti a vivere su questa terra senza uno scopo, forse? Senza uno scopo? dice. E muore, commuovendo una delle due ragazzine, che con un gesto ingenuo le mette il suo orsacchiotto sotto il braccio. Per poi rialzarsi, insieme a tutti gli altri morti viventi che nel frattempo si rivestono: sono i comunardi di Parigi, e insieme anche gli altri rivoltosi dell’epoca contemporanea (i rivoluzionari russi del ’17, il popolo di Cuba del ’53), che tornano a vivere adesso sul palcoscenico. E da qui ha inizio il resto dei quadri intensi, drammatici, che Peter Konwitschny ha curato fin nel minimo dettaglio.

Al Gran Sole Carico d’ Amore è un’ azione scenica, un collage di frasi da Brecht, Marx, Gorki, Louise Michel, Tania Bunke, Che Guevara, Rimbaud, Pavese, e altri ancora. Non c’ è una storia, una trama unica, piuttosto un susseguirsi di scene, dominate tutte da una tematica forte, la lotta all’ oppressione e per la libertà, vista attraverso gli occhi delle donne. Non c’ è di conseguenza un protagonista unico, ma quattro soprani che interpretano – intercambiabilmente – i ruoli di Tania Bunke (Cuba, ’53), Louise Michel (Comune di Parigi, 1870), Deola (Scioperi di Torino ’50), Jeanne-Marie (Comune di Parigi, 1870). Fa eccezione il personaggio della madre tratto da Gorki, che, da quando entra in scena, nel secondo atto, rimarrà fino alla fine l’ unico carattere scenico perfettamente individuabile e non scambiabile con nessun altro.*
Questa è un’ opera piena di coraggio: quello delle protagoniste e delle scene rappresentate e certo, di Nono, che abbandona qualsiasi storia unitaria, qualsiasi punto di riferimento utile allo spettatore per districarsi nelle sonorità a un tempo terrene e ultraterrene della sua partitura. Ma soprattutto è evidente il coraggio del regista Peter Konwitschny, dello scenografo Brade e del direttore Harneit.
Ci sono voluti due anni buoni di studio, prima di poter realizzare questo allestimento, portato sulle scene per la prima volta nel 2004 ad Amburgo e rivisto per l’ Opera di Lipsia (di cui Konwitschny è direttore stabile) nell’ occasione del ventennale della Rivoluzione Pacifica. La grande sfida di questa produzione è stata quella di dare un senso logico e continuità teatrale a un’ azione scenica il cui più grosso rischio, data la natura del testo, è il susseguirsi farraginoso di scene diverse l’una dall’ altra. Anche a costo di inventare delle storie parallele non scritte nel libretto (quella delle due ragazzine che, ad esempio, nel primo atto abbandonano gli orsacchiotti per abbracciare il fucile: diventano cioè donne, assumendo coscienza storica e umana), che però aiutano, e molto, a dare coerenza al collage scenico.

SOTTO IL GRAN SOLE

A questo punto è naturale chiedersi in cosa consista questo “senso logico”. Ecco cosa dicono Konwitschny, Brade e Harneit a questo proposito.

“Abbiamo voluto lavorare sulla teatralità di Nono, e tradurla in termini terreni, umani, diretti, comprensibili. Così il nostro punto di partenza è la scena vuota. Incomincia con un nastro magnetico, con una musica cosmica, sferica; sulla scena, due bambine, che sono parte di questo cosmo. Questa è la definizione ultima del tutto: che noi siamo una parte del cosmo infinito. Senza questa consapevolezza non ha senso il suono del nastro magnetico o trascendere dal pensiero sulla storia, come ce la propone Nono.”(Konwitschny)
“Già il titolo Al Gran Sole Carico d’Amore (Unter der Große Sonne Von Liebe Beladen in tedesco, letteralmente “sotto il gran sole carico d’amore”) ci dice che non dobbiamo dimenticare che viviamo nella sofferenza sotto questo grande sole. E che siamo inetti e impotenti, solo se non vogliamo sentire, se non vogliamo vedere, se non vogliamo pensare.” (Brade)
“E’ un punto di partenza di totale importanza. Perché il cielo e le stelle che noi mostriamo, semantizzano il nastro magnetico di Luigi Nono, l’ inizio; non si tratta di un cielo teologico, ma di un cielo musicale-cosmico. L’ opera inizia perciò non nel silenzio, ma con lo spazio, in cui ci troviamo.” (Harneit)
Si apre nel cosmo, nello spazio aperto e si chiude con l’ immagine terribile della massa, disperata e piangente, stritolata dalle pareti di ferro di una fabbrica, nel buio. Niente sipari rossi, alla fine, solo una grande e pesante cortina di metallo, che cade sul palcoscenico, nel silenzio del teatro.

LE DONNE SALVATRICI

E nel mezzo, tra l’ agorafobia del cosmo troppo aperto per trovarci una direttiva, e la claustrofobia di un’ esistenza ormai già pre-direzionata, predestinata, chi sono i fari di questa umanità allo sbando, per Nono? Le donne.
D’ altronde l’ opera è del 1975: l’anno, cioè, che l’ UNESCO ebbe a definire “anno delle donne”, culmine di molte vittorie dei movimenti libertari femministi dell’ epoca.
Come abbiamo visto l’ opera è interamente incentrata su figure femminili che hanno giocato un grande ruolo rivoluzionario. La storia dell’ opera è piena di eroine, Nono non è né il primo né l’ ultimo a portare sulla scena donne eroiche. Come dice Konwitschny, però, le quattro soprano protagoniste (Louise Michel, Deola, Tania Bunke, Jeanne Marie) sono molto più di figure salvatrici intese nell’ accezione tradizionale.
“Credo che la donna secondo Nono non sia una salvatrice come Leonora lo fu per Florestano, perché il concetto di salvatrice nella tradizione tedesca funziona solo in rapporto con l’ uomo. Essere salvatrici significa prima di ogni cosa che il sistema maschile viene salvato e rimesso in funzione grazie alla donna. Per Nono non è così. Nono vuole invece che questo sistema muoia.”
Molto interessante a questo proposito è lo spazio che viene dato alla figura femminile, intendo lo spazio vocale: “le donne sono libere di cantare e di inventare cadenze in una maniera ancora più esaustiva, più libera delle famose cadenze di Bellini “– dice il direttore Harneit -“, di cui Nono si occupò a fondo nei suoi ultimi anni. Nell’ opera di Nono tutto è più utopico. Ci sono tre, quattro grandi punti, in cui il sistema maschile, rappresentato dal direttore, viene sopraffatto, in una parola cancellato. Se si osserva la scena in quei momenti, cosa si faccia sul palco, e come sia difficile quando, dopo le esplosioni orchestrali, all’ improvviso la Madre o Deola o Tania Bunke si ritrovano completamente sole sul palcoscenico a cantare, senza un sistema in cui rientrare, allora si capisce come Nono abbandoni anche a livello musicale il sistema delle salvatrici secondo l’ idealismo maschile”
Chi ha avuto l’occasione di ascoltare dal vivo quest’ opera in quest’ allestimento sa come le interpreti abbiano davvero reso la drammaticità delle loro parti, anche sporcando in certi punti la vocalità stessa, rendendola quasi rabbiosa. Per una storia di salvatrici, di eroine, di guerriere è il minimo che si possa richiedere.
Konwitschny e Harneit hanno insomma cercato nella drammaturgia e nella musica di Nono un discorso che travalica l’ ideologia con cui troppo facilmente vengono ancora identificate, in Italia.
Non è un caso che le prime frasi dell’ opera siano: La Bellezza non si oppone alla Rivoluzione (Che Guevara, Cuba 1953) e Per questo cuore grande e caritatevole -ebbro di solidarietà -l’ unica aria respirabile è l’ amore umano (Louise Michel, Comune 1870)
Ovvero con la responsabilità civile dell’ arte e l’ amore umano. Al di là delle ideologie, il senso della solidarietà fraterna deve stare alla base delle grandi conquiste libertarie, sembra ammonirci Nono. L’ arte ha una responsabilità civile, l’ arte – intesa come bello – non è necessariamente negazione della verità. Si può fare arte cercando di aprire gli occhi, cercando “il vero”, auspicando il “selbständig denken” “il pensare con la propria testa”. Al di là dei pregiudizi.
A proposito, confesso che i primi minuti dell’ opera non sono stati facili per me, piena com’ era la mia memoria di tutti i pregiudizi, appunto, che mi portavo dall’ Italia. Mi sono sentita imbarazzata e mi sono chiesta: “Ma come? Si è scelto di inscenare Al Gran Sole Carico d’Amore, che a quel che ne so è un’ apologia delle lotte comuniste, per celebrare il ventennale della Rivoluzione Pacifica dell’ 89, della caduta cioè del regime totalitario di stampo sovietico dell’ ex DDR? Con che coraggio si può citare Che Guevara, o mettere in scena Lenin proprio qui a Lipsia e proprio in quest’occasione?”
Invece il bellissimo allestimento di Konwitschny e l’ ottima direzione di Harneit hanno avuto la meglio: non stavo più guardando o ascoltando un’ opera apologetica del comunismo (anche se è fin troppo facile cadere in questa interpretazione-trappola), ma un’ opera in cui la donna viene paragonata a un concetto, a una forza libertaria, al senso di fraternità stesso che dovrebbe unire gli uomini in nome di una vita più degna. Un’ opera insomma in cui si parla consciamente di utopia, ovvero di quanto sia necessaria, pur nella consapevolezza di essere fragili creature sotto questo sole carico, affannato d’ amore.

Ecco, forse questo è il senso più vero dell’ opera: lo slancio fraterno, consapevole ma non rassegnato per il miglioramento della condizione umana sotto questo sole, ovvero al di là di ideologie contingenti, al di là di inutili divisioni fra uomini: la fine claustrofobica sia da ammonimento.UN AUGURIOPersonalmente, mi auguro di poter assistere ancora a un’ opera di Nono, ma questa volta non più in Germania, ma in Italia, come è giusto che sia. Mi vergogno un poco al pensiero che un’ opera italiana dall’ alto contenuto civile come questa sia stata scelta per celebrare la vittoria libertaria della società tedesca. E noi? Quando potremo vedere di nuovo Al Gran Sole Carico d’ Amorein un teatro italiano? E per celebrare che cosa, poi?*Sind die Mütter revolutioniert, so bleibt nichts mehr zu revolutionieren (Walter Benjamin). Le madri si sono ribellate, quindi non c’ è più niente ancora che debba ribellarsi. Come a dire che la madre, la donna per eccellenza, è il grado zero dell’ umanità, e di conseguenza il grado zero della aspirazione umana alla libertà.

Anna Costalonga

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Un pensiero su “Al Gran Sole Carico d’ Amore di Luigi Nono, regia di Peter Konwitschny

  1. Ho avuto la "fortuna" di assistere alla prima, aprile ’75, al Lirico.
    Ricordo Abbado con giubbetto jeans e il timpanista della Scala coi lunghi riccioli biondi tenuti da un nastro sulla fronte.
    E alla fine Nono portato quasi a forza, da Abbado, sul proscenio per prendersi gli applausi di un pubblico snob (il sottoscritto incluso).

    De più, nin zò…

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