Minchia, la Carmen sicula è!

È passato un anno dal soporifero Don Carlo, ma l’ atmosfera alla Scala sempre quella rimane: dopo aver visto la Carmen di ieri sera e visionato oggi la registrazione, mi sento annoiato come l’ anno scorso. Ancora uno spettacolo decisamente mediocre e raffazzonato, da settimane pompato dalla grancassa mediatica come sensazionale novità e afflosciatosi alla prova dei fatti come un soufflè cucinato male. Stavolta la direzione artistica aveva giocato la carta della regia innovativa, affidando la messinscena a Emma Dante, regista teatrale alla sua prima esperienza di opera lirica. Da quello che si è visto, la signora o signorina Dante non solo non ha la minima idea di come si metta in scena un’ opera, ma non ha fatto nemmeno lo sforzo di capire quali siano i meccanismi che regolano questo tipo di teatro. E così abbiamo assistito a movimenti di massa condotti in maniera a dir poco dilettantesca, ad una recitazione degli interpreti che oscillava tra mosse ricalcate sul teatro di provincia di mezzo secolo fa e stravolgimenti isterici buoni al massimo per una filodrammatica di quartiere. Il tutto condito da un’ interminabile serie di gag da avanspettacolo di terz’ ordine: sigaraie vestite da suore, la scena di seduzione del secondo atto che si svolge su un tappeto circondato da candelieri come in “Totò Sceicco”, Micaela che gira col prete personale al seguito come Olga Villi in “Signore e signori”, la sfilata dei toreri sotto un turibolo di incenso e varie altre amenità, alcune delle quali nemmeno tanto nuove: la collutazione finale tra Carmen e Josè con annesso tentativo di stupro era ricalcata pari pari sulla messinscena di Lina Wertmüller di una ventina d’ anni fa, tanto per dire. Il tutto ambientato in una generica atmosfera siciliana, con coppole, croci e tutto quell’ armamentario che gli stranieri associano a una certa idea dell’ Italia vista come terra di pizza, spaghetti e mandolino. Insomma, una specie di provocazione da avanguardia provinciale, sullo sfondo dei soliti muraglioni di Richard Peduzzi che sembravano riciclati dal Tristan di due anni fa.
Il pubblico ha solennemente fischiato tutto questo baraccone, assolvendo invece la parte musicale dello spettacolo, che non era di livello molto superiore. Daniel Barenboim aveva diretto nel 2006 a Berlino una Carmen forse discutibile, ma molto interessante nel suo tentativo di narrare la vicenda come una ballata macabra impostata su tinte scurissime. Ben poco di tutto questo si è ritrovato ieri sera. Una direzione fiacca, slavata, stanca, molle, dalle sonorità pesanti e totalmente priva di sensualità e flessibilità. Gran routine insomma, alla maniera dei Giovaninetti e dei Guadagno di una volta, e senza il braccio sicuro negli accompagnamenti che questi maestri sapevano almeno garantire. Non eccelsa la prova dell’ orchestra e decisamente mediocre quella del coro. Noia che si tagliava a fette, insomma. Oltre a tutto questo, si devono aggiungere le carenze del concertatore, che non ha neppure provato a correggere i difetti di una compagnia di canto comunque scelta in modo cervellotico.
Prima cosa da censurare a questo riguardo per tutti gli interpreti principali è una pronuncia francese pessima, che al di là delle Alpi non consentirebbe neppure di ordinare un caffè. Premesso questo, veniamo ai dettagli.
Per la parte di Carmen, la direzione artistica ha scelto la ventisettenne georgiana Anita Rachvelishvili, una cantante praticamente al suo debutto in un ruolo protagonistico. Francamente mi piacciono poco queste operazioni, che hanno un vago sentore di ricatto sentimentale (“Non sparate sulla bimba”) ma va detto che il giovane mezzosoprano ha messo in mostra una voce interessante, abbastanza bene impostata e un lodevole sforzo di interpretare. Purtroppo, Carmen è uno di quei ruoli che richiedono una maturità impossibile da acquisire in breve tempo, tanto più quando si ha a che fare con un direttore e un regista non in grado di suggerire alcunchè. E così quello che si è visto e sentito era al massimo un abbozzo di Carmen, proposto da una ragazza che canta benino, ma che sinceramente è davvero troppo poco per la serata inaugurale di quello che si vanta di essere il primo teatro lirico del mondo.
Sulla carta, la scelta di Jonas Kaufmann avrebbe dovuto garantire un alto livello qualitativo al ruolo di Don Josè. Conosco molto bene la voce del tenore bavarese per averlo sentito molte volte qui a Stoccarda, e devo dire che in questa occasione pareva in cattiva forma, con suoni a tratti ingolati e scuriti artificialmente, soprattutto negli ultimi due atti, e un timbro depauperato di smalto. Va detto che Kaufmann non è stato aiutato dal suo francese accentato in maniera tedeschizzata, con tutte le “e” acute strette, cosa che si è ripercossa negativamente sull’ emissione. Naturalmente, l’ attore è sempre di gran classe e il carisma scenico indiscutibile. Vorrei risentire il suo Josè in migliori condizioni vocali e in un diverso contesto musicale e scenico, perchè sono convinto che Kaufmann possa fare molto meglio di quel che si è sentito in questa circostanza.
Bocciatura solenne e senza appello, invece, per la Micaela di Adriana Damato, vocalmente acida e stridula e dalla pronuncia pressochè ostrogota. Va detto che il disastro è stato completato dalla regia, che proponeva il personaggio come la solita rompiballe bruttina e bigotta. Visione superficiale, perchè Micaela, nell’ opera di Bizet, è una donna coraggiosa che per rivedere il suo uomo non esita ad avventurarsi da sola, prima in mezzo a una guarnigione di soldati e poi, di notte, in un accampamento di fuorilegge, e che crede in valori positivi ed è disposta a lottare per difenderli. Senza questo contraltare alla protagonista, tutta la vicenda drammatica perde di credibilità.
Molto negativa anche la prova di Erwin Schrott, un Escamillo che nell’ aria ha evidenziato gravi problemi di intonazione e in tutto il resto dell’ opera una voce veramente a pezzi. Resta il fisico da bellone palestrato, ma per cantare alla Scala non basta. Variante dal mediocre al pessimo la prestazione dei comprimari: ma veramente per un’ inaugurazione scaligera non si poteva trovare di meglio? Soprattutto Zuniga e Morales erano di un livello che vent’ anni fa sarebbe sembrato inaccettabile anche in provincia.
In complesso, al netto del puerile tentativo di provocazione, uno spettacolo magniloquentemente inutile, che poteva andar bene al massimo per una ripresa a Mainz o ad Avignone, non certo per una serata inaugurale alla Scala.

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Un pensiero su “Minchia, la Carmen sicula è!

  1. Alle salme riesumate ogni anno, solo in occasione della "prima" alla Scala,, sempre pronte a mettersi sulla traiettoria delle uova per avere un flash sul MinzolUno, propinerei tutti gli anni, in unica soluzione, le 15 ore della Tetralogia di Wagner in lingua originale, con sottotitoli in polacco. Un solo intervallo di dieci minuti dopo le prime otto ore, e cessi possibilmente intasati e inutilizzabili. Inizio dello spettacolo: ore 6,00 a.m.

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