Intervista a Salvatore Fisichella

Salvatore Fisichella, il grande tenore catanese specialista di opere come Puritani e Guglielmo Tell, in questa intervista si racconta e ci propone le sue concezioni artistiche.

Raccontaci come hai deciso di fare il cantante lirico

Può benissimo dirsi che sono nato cantando. Sì, perché, fin da quando avevo aperto  gli occhi alla vita, tormentavo giorno e notte, con i miei acuti gridolini, le orecchie di papà e mamma. La mia voce era così squillante e penetrante  che chi mi stava vicino per accudirmi esclamava: “…farà il tenore!”. Mentre crescevo, vivevo un’infanzia felice, coccolato da papà e amato dalla mamma. Amici e parenti nelle riunioni di famiglia non mancavano di invitarmi a cantare qualche canzone allora in voga per poi finire con  o sole mio cavallo di battaglia del piccolo e audace cantore, che per nulla intimorito non si faceva tanto pregare.
All’età di 10 anni, frequentando la parrocchia, rapito dalla soavità della musica liturgica, mi viene il desiderio di entrare in Seminario per frequentare la scuola media. Ben presto i Superiori si accorgono della bella voce del piccolo seminarista e chiamandolo voce argentina da subito gli affidano gli assolo delle Messe,dei canti liturgici e delle operine  che si preparavano per le feste. Che triste giorno per me ,quando il direttore musicale, Padre Giosuè Chisari (divenuto poi direttore del Museo Belliniano), accompagnandomi al pianoforte in un pezzo lirico per me adattato, “Suoni la tromba”, sentendo la mia voce estesissima e potente, mi predice che probabilmente,dopo la mutazione sarei divenuto un basso. Scoppiai in un pianto dirotto  e fra le lacrime esclamai: “No, basso mai, o tenore o niente altro!”. A 13 anni, uscito dal Seminario, intraprendo le scuole superiori, prima al liceo scientifico e poi da geometra. Non avevo più pensato  seriamente al canto e mi limitavo ad  esibirmi in qualche romanza o in qualche canzone strimpellata  con la chitarra e canticchiata fra amici  e compagni di scuola.
A 18 anni, già diplomato geometra, l’ episodio che si sarebbe rivelato decisivo per le mie scelte future. Invitato al matrimonio di un cliente, al quale avevo progettato la casa, assistetti ad uno spiacevole contrattempo. Il tenore che avrebbe dovuto con la sua voce accompagnare gli sponsali, ha un preoccupante ritardo, e la sposa non vuol saperne di entrare in chiesa poichè teneva moltissimo all’ Ave Maria. Era risoluta al punto  di rinviare il giorno delle nozze. Il panico era tra gli invitati e l’ impaziente sposo ritto ad aspettare davanti l’ altare con i fiori in mano. Ricordandomi di avere avuto una voce argentina, mi offrii in sostituzione del tenore lumacone che rischiava di compromettere il matrimonio. Canto tra lo stupore di tutti, riscuotendo i primi meravigliati consensi, soprattutto da parte del tenore designato, nel frattempo arrivato, che mi  invita a recarmi con lui,la stessa sera, dalla sua maestra di canto Sara Messina, che ascoltandomi mi predice un florido futuro canoro. Un breve periodo di studio vocale che non mi soddisfa appieno poiché le lezioni si concludevano sempre con un “Bravo! Bravissimo!”.
Un’idea fissa mi tormentava l’ animo e le giornate: trovare un maestro in gamba che sapesse limare, plasmare, valorizzare quel tesoro che avevo in gola.
Catania, allora, non difettava di buone scuole di canto. Scelsi quella che allora era considerata più esosa e più rigorosa: Maria Gentile, soprano catanese dall’illustre passato  artistico, che mi sottopone a sei anni di studio rigoroso e stressante; le lezioni si concludevano sempre con un: “No!Così non va!”.
Anni di angoscia ed ansia, di scoraggiamento e di sogni soprattutto quando ascoltavo i divini del momento (Del Monaco, Di Stefano, Corelli, Bergonzi, Raimondi etc.), ma anche di soddisfazioni quando gli applausi accompagnavano i piccoli concerti  che la Gentile organizzava per mettere alla prova i suoi giovani studenti.
I buoni risultati non tardano a venire. I grandi sacrifici economici per pagare le lezioni di canto e i travagli spirituali vengono ripagati nel 1970, quando riesco a vincere  il XXIV° CONCORSO LIRICO ADRIANO BELLI DI SPOLETO con il massimo assoluto dei voti, presentando come opere studiate: I PURITANI, LA FAVORITA e RIGOLETTO. L’ incredulo maestro Sanpaoli, Deus ex machina dell’ organizzazione spoletina, che prima diffidava del fatto che un giovane potesse presentare un repertorio tanto difficile, dopo avermi ascoltato,mi appioppa un 10 e lode, divenendo poi uno fra i miei più fervidi sostenitori  e pronto a dispensarmi sempre i più saggi consigli all’ inizio della carriera.
Esordii nella stessa Spoleto, con la direzione di Ottavio Ziino, quale protagonista nel WERTHER di Massenet. È un’ edizione che la critica definisce di Alto Livello e che va in giro per tutta l’ Italia.

È stato difficile sostenere per anni un repertorio impegnativo come quello che hai affrontato sulla scena?

No, perché quel repertorio mi veniva congeniale, tutto fluiva liscio e senza asperità nella mia gola, finivo gli spettacoli senza sentirmi stanco e questa era la misura che mi consentiva di pensare che le mie scelte erano giuste. Rossini, Bellini, Donizetti era come se avessero scritte per me le loro opere e mai, dico mai ebbi a dubitare nell’ accettare l’ esecuzione delle loro opere anche quando notoriamente per gli altri interpreti presentavano difficoltà esorbitanti. Solo per Guglielmo Tell aspettai la maturità vocale e pressato, spronato e controllato dal Maestro Nello Santi, grande conoscitore di voci, debuttai a Basilea (registrazione pubblica per la RDS)  nel 1986 e poi all’ Opernhaus di Zurigo, diretto sempre dallo stesso Nello Santi .A quelle recite molte altre ne seguirono per il mondo senza aver riportato mai danni vocali.

Qual era il tuo approccio interpretativo nel preparare un ruolo?

Prima di tutto leggevo il libretto, immaginavo le scene, mi vedevo nei duetti,nei terzetti nei concertati: interpretavo il libretto parlato come fanno gli attori e quando avevo rifinito tutte le peculiarità del ruolo mi accingevo a studiare la musica prima al pianoforte e poi se esistevano registrazioni discografiche mi apprestavo ad ascoltare interpreti e direttori diversi per avere una visione globale dell’ opera.

Dacci una tua definizione della tecnica vocale

Rispondere a questa domanda  è tanto difficile perché tutti i cantanti, anche quelli mediocri o che hanno perso la voce troppo presto, affermano che la loro tecnica è la migliore e che hanno perso la voce per svariati motivi ivi compresi la cattiva sorte, il destino etc. Io dico che per il canto all’ italiana, per opere italiane, francesi e la produzione spagnola, l’ unica tecnica giusta è quella che si basa sulla respirazione diaframmatico-costale o diaframmatica–toracica come suolsi dire comunemente. Questa è la respirazione che insegnarono i primi grandi tenori (Gayarre, etc.) era quella praticata da Caruso, Gigli, Lauri-Volpi (grande didatta del canto) e quella che adoperano tutti i tenori belcantisti o chiunque abbia cantato almeno 30/35 anni  in teatro, anche se la loro percezione era diversa: molti cantanti, infatti, erano convinti di cantare solo diaframmatico, mentre in effetti cantavano diaframmatico-toracico. Tutti gli Yogi o gli sportivi respirano così; così respira il neonato alla nascita. Avete mai visto uno sportivo correre con la pancia sporta verso  fuori? E quando voi tossite non siete costretti ad alzare il petto mente sulla linea del diaframma la pancia rientra?
Per quanto riguarda la postura della voce essa viene appoggiata sempre sul punto focale della laringe: dalla nota più bassa alla nota più acuta, senza perdere il fluire del suono posato sulle corde vocali. Pensate quando parlate normalmente dove ponete il suono. Il diaframma serve semplicemente da stantuffo per agevolare a portare il fiato nelle diverse camere di risonanza: il torace per le note basse, le fosse nasali e mascellari per i centri e le fosse frontali e la testa per gli acuti e i sopracuti pensando alla base cranica per dare alle note ampiezza e profondità. Certo per parlare di tecnica avrei voluto più tempo e più spazio…ma rischierei di annoiare il lettore. Bisognerebbe parlare ancora della lingua, dell’ atteggiamento labiale “a sorriso”, della postura del bacino, dell’ appoggio sui muscoli femorali acciocché si possano mantenere morbidi i muscoli del collo e della faccia etc….

Nella tua carriera, ti sei ispirato all’ esempio di qualche grande artista del passato?

Tutti mi hanno insegnato qualcosa, in tutti i cantanti c’ è da apprendere qualcosa: il fraseggio, la gestualità, il portamento, la ”vis comica” etc. Certo ti insegnano molto solo i grandi cantanti; da essi hai veramente l’ esempio pratico dell’ applicazione tecnica e il modo di esternare parola e i sentimenti. Però nessuno può insegnarti quello che non hai dentro. Ognuno è maestro di se stesso e il palcoscenico  sviluppa l’ esternare quello che per anni hai praticato, che hai studiato, che hai sperimentato, che hai vissuto nel tuo cervello e nel tuo intelletto fino a farti divenire a poco a poco  artista degno di questo nome. Puoi stare mille anni dentro la più illustre scuola di canto, ma se non hai calcato il palcoscenico non sarai mai Artista.

Cosa pensi dei dischi e dei video? Ritieni che siano utili all’ artista e quali sono secondo te le tue registrazioni che ritieni meglio riuscite?

I dischi e i video sono necessari per comprendere meglio l’assieme di una esecuzione. Ma non sono indispensabili. Prima del loro avvento gli Artisti debuttavano il ruolo incontrandosi per la prima volta con gli altri in sala prove e là, giorno dopo giorno, costruivano la rappresentazione nel suo insieme totale. E oggi, quando debuttiamo un’ opera mai rappresentata o per la quale non esistono in mercato video o dischi, non facciamo come gli antichi interpreti? Quindi tutto il supporto mediatico serve ad aiutarti, ma non è indispensabile.
Le registrazioni mie più riuscite sono I Puritani di Bregenz con Gruberova, Gugliemo Tell con Maria Chiara diretto da Santi e Otello (Rossini) per la Philips.

Sei soddisfatto di quello che hai fatto sulle scene oppure hai qualche rimpianto?

Quando un artista arriva alla fine della carriera ha sempre dei rimpianti: se rinascesse potrebbe fare ancora meglio. Non essere mai soddisfatti è prerogativa necessaria per progredire sempre di più. Diceva la mia maestra Maria Gentile che un artista dovrebbe avere due vite: una per imparare, l’ altra per cantare.  Se qualche rimpianto ho veramente è quello di non avere trovato, in qualche rarissima volta che sia capitato, il “feeling” con qualche direttore d’ orchestra o qualche regista.

Secondo la tua opinione, è giusta o eccessiva l’ importanza che si da oggi alla recitazione?

L’ importanza che oggi si da alla recitazione cioè alla messa in scena dello spettacolo è giusta, il cinema ha abituato a delle  messe in scena spettacolari che il pubblico vuole poi ritrovare nei teatri. Tutto evolve ed è giusto che sia così. Ma quando  questo va a detrimento della musica o dei cantanti, allora si va alla esagerazione voluta e cercata e alla fine si depaupera il messaggio culturale e artistico al solo vantaggio del visivo. Quando tutto è rispettato, scene, costumi, epoca e musica, si assiste a quel genere di spettacolo che per sempre resta nella nostra mente.

Per un cantante, può essere dannoso arrivare troppo presto ai grandi palcoscenici?

Certamente si, al giovane deve essere dato il tempo giusto per maturare la sua arte e il suo talento vocale altrimenti rischia di non potere raggiungere vette importanti perché già schiacciato dalla critica. Quanti esempi di giovani promesse dissoltesi nel nulla…avessero avuto più tempo avremmo avuto altri nomi celebri. Io ricordo che, dopo il mio fortunato debutto al Teatro dell’ Opera di Roma,subito dopo Spoleto al posto di Pavarotti e con Mirella Freni, ebbi il coraggio a rispondere a degli agenti che mi volevano proiettare in teatri ancora più prestigiosi, che non mi sentivo pronto al momento e che volevo ancora aspettare un po’ per affrontare quei ruoli difficili in teatri difficili. Penso di avere avuto ragione su tutti quelli che invece mi esortavano a fare il contrario.

Quali sono le caratteristiche necessarie a un buon insegnante di canto?

Nessuno può insegnare l’ arte che non ha e un buon maestro deve essere stato artista e cantante per potere donare agli altri la propria esperienza. Egli deve essere intelligente, capire la psiche dell’allievo, i suoi pregi e lavorare su di essi , e i suoi limiti,per farli sparire in pochissimo tempo, ma soprattutto non fare forzare la voce per non ammalare l’ allievo. Deve consigliare e guidare , con grande carisma ,anche nelle cose private. L’ allievo all’inizio è sempre timido e titubante ma poi finisce, presa la giusta confidenza, a raccontarti e ad esternarti tutto quello che ha in cuore e allora, quando lui spontaneamente ti racconta, è arrivato il momento di consigliarlo. Molti allievi preferiscono parlare con il maestro e non con i genitori. Essi hanno posto molta fiducia in te e tu devi essere per loro maestro di vita e di arte.

Pensi che la lirica abbia un futuro? E quali consigli daresti ad un giovane che volesse intraprendere questa strada?

Non voglio rispondere in modo esauriente a questa domanda perché ho molta perplessità verso il teatro d’ opera così come va oggi. Non mi piacciono le direzioni artistiche, non mi piace come gli agenti conducono i loro artisti e il loro criterio di valutazione. Non mi piace il modo in cui sono organizzati i  concorsi di canto, quasi sempre discriminatori e indirizzati a favore di qualche protetto, etc. Ci sono moltissime cose che non vanno per il verso giusto…ma il mondo della LIRICA non può morire, finirà certamente per essere completamente politicizzata e per guarirla bisogna tornare agli albori; ai tempi di Caruso e ancora prima, quando tutto era affidato a uomini di teatro che se sbagliavano le scelte pagavano di tasca propria. Occorre mettere gli uomini giusti e competenti al posto giusto. Oggi il teatro è retto da un politico e non da un cantante, nella migliore delle ipotesi da un musicista che non capisce niente di voci e si affida ad un agente che a sua volta non capisce nemmeno, avendo prima fatto tutt’ altro mestiere, ed è atto a proporre  solo business e chi paga è lo Stato, cioè noi, portando elementi mediocri, protetti o che pagano percentuali più ricche. Ovviamente in mezzo a tanto malcostume c’ è anche oggi anche qualcuno che si muove con onestà e difficoltà per proporre buoni artisti.  Su questi uomini rari è posta la salvezza del teatro lirico.

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