Il Turco in Italia a Leipzig

turco leipzigLa mia carissima amica Anna Costalonga mi ha mandato questa recensione del Turco in Italia rossiniano, in scena in questi giorni alla Oper Leipzig.

C’ è un uomo delle pulizie, sul palcoscenico, mentre gli orchestrali accordano i loro strumenti. C’ è un uomo delle pulizie sul palcoscenico, che lava il pavimento, mentre il pubblico si sta accomodando in platea e in galleria. Benissimo, l’efficienza e la pulizia tedesca non hanno limiti, non c’è altro da dire.
Ma chi è quell’uomo delle pulizie che fatica a passare il mocio sempre sullo stesso punto?
E come mai un direttore di scena lo richiama con furia dietro le quinte?
Ma lasciamo stare per adesso quell’uomo delle pulizie, come direbbe Lucarelli, e passiamo alla storia del Turco in Italia.

Chi legge il libretto sa che la scena si svolge in una località di mare presso Napoli. Invece del mare e della spiaggia, in mezzo al palcoscenico giganteggia un enorme teatro. Un teatro nel teatro, in cui il testo del libretto – opportunamente tradotto in tedesco – è visibile a grandi caratteri, neri su bianco, sopra le immancabili tende rosse del sipario. La scena è spoglia, tranne che per una scrivania e una sedia su cui il poeta, con tanto di penna d’ oca in mano, è intento a scrivere. Ma che cosa? Omini e donnine prosperose, come una tribù di selvaggi nudi o di spiritelli, gli spiriti della commedia – zingari nel libretto originale – quelli stessi che potrebbero affollare la mente del buon Prosdocimo (in realtà un ottimo Giulio Mastrotaro) suggeriscono, via via che si svolge l’ ouverture, alcune idee o archetipi per la commedia, mimandole: il marito tradito? Orfeo e Euridice? Il ratto del serraglio? No!
“Ho da far un dramma buffo e non trovo l’ argomento!” “Ah se di questi zingari l’ arrivo potesse preparar qualche accidente, che intrigo sufficiente mi presentasse per un dramma intero!” Ma si sa, che è proprio quando uno scrittore è sull’orlo della disperazione, che l’ispirazione arriva. O meglio, non arriva come uno si aspetterebbe, cade dall’alto. Tonf! Eccolo, l’ accidente: un enorme sacco bianco cade dal soffitto del teatro sul palcoscenico con un gran tonfo. E dentro c’ è il primo personaggio chiave dell ‘opera, Don Geronio (il bravo e simpatico Paolo Rumetz). Che esce riassestandosi la giacca grigia, dal sacco della mente ispirata di Prosdocimo, come ci viene fatto credere.
Perché la storia che il nostro poeta vuole narrarci è quella del buon marito Don Geronio e della pazza moglie Fiorilla, e dei suoi due amanti. E noi siamo gli spettatori di una commedia nella commedia. Perché in questo allestimento Prosdocimo non è un personaggio fra i personaggi, è il deus ex machina, è l’ inventore di tutto quello che ci viene proposto: è lui che suggerisce e crea fabula e intreccio. Lo si capisce mentre mima o scimmiotta i suoi personaggi quando cantano e li dirige con la sua immancabile penna. E il libretto che scrive è proprio il gigantesco teatro sul palcoscenico, che ruota su se stesso mostrando l’ altra sua realtà: quello dell’ ingranaggio di una rotativa, sulla quale scorre il testo che viene via via a crearsi, e che è azionata dagli spiritelli-zingari, ovvero gli spiriti della commedia!

Bene, gli spettatori non fanno a tempo ad applaudire i cantanti, che altri sacchi enormi cadono dal soffitto-mente del poeta, con gran rumore, ognuno contenente gli altri personaggi chiave dell’ingranaggio comico, perfetto, ideato da Prosdocimo-Rossini-Romani.
Ecco Fiorilla (Viktorija Kaminskaite), è il prototipo della moglie infedele, per cui “non si dà follia maggiore, dell’ amare un solo oggetto”.
Ed ecco sempre dall’alto della mente di Prosdocimo, Selim (Giovanni Furlanetto), che armato di tappeto enorme e enorme shisha entra, pardon, cade in maniera sontuosa e canta con voce sontuosa, da principe qual è. E fa paura davvero, quando, dopo almeno 4 vani tentativi, riesce a estrarre la sciabola dal fodero.
Il compiacimento di Prosdocimo, ma soprattutto del pubblico è palpabile. Anche perché Fiorilla ha un altro amante nel sacco, è proprio il caso di dire: Don Narciso (Timothy Fallon), di giallo vestito (è un narciso, in fin dei conti, delicato come un fiore) e dall’ aria costantemente stralunata. E l ‘affascinante e virile principe turco, lo straniero, è l’ elemento di disturbo ideale, in una storia già di per sé complicata.
Rileggere il libretto non semplicemente come la storia di Don Geronio, Fiorilla, e dei suoi due amanti , ma come la storia di come il poeta Prosdocimo (in cui è facile vedere Rossini stesso) crea un’opera buffa perfetta, basata su questi personaggi, è un gioco prospettico affascinante, che aggiunge una nuova vis comica surreale, in maniera davvero felice e giocosa. Permette ad esempio di ironizzare sui personaggi dell’ intreccio, creando una vera parodia – perché non sono più solo personaggi, ma prototipi. Il pubblico ieri sera l’ ha recepito perfettamente: il tormentone di Selim, il bello e virile principe turco, che entra sempre in scena trascinando goffamente un enorme tappeto arrotolato, (se non addirittura lanciandolo in scena, prima ancora di farsi vedere) e una shisha ancora più enorme è stata, ad esempio, una delle trovate comiche più apprezzate.
E permette soprattutto di ironizzare sulla cornice stessa, ovvero sul fatto di rappresentare la storia di un turco in Italia, azzardando anche irresistibili scenette fuori programma.

Ma torniamo all’uomo delle pulizie. Che c’ entra, direte? Be’ è inseguito da un energumeno di naziskin, che sul più bello entra in scena con un bel boccalone di birra in mano. In fin dei conti, siamo sempre in Germania, a Lipsia. Dov’ è il Turco, dice? E il povero Prosdocimo è costretto a scandire in italiano, con l’aiuto di Narciso che traduce in tedesco, che QUESTO. NON. E’. TEATRO.POLITICO. E’ solo un’ opera buffa. Che vada al Teatro Centrale. Ovazioni di risate da parte del pubblico, mentre il naziskin si allontana, fra i sacramenti dell’ uomo delle pulizie, in turco, appunto.
Tolta la maschera per un attimo (“Paolo, per cortesia, da capo” fa Prosdocimo-Giulio Mastrotaro a Geronio- Paolo Rumetz), l’ ingranaggio della commedia nella commedia torna a girare.
Fino al dénouement finale, in cui la povera Fiorilla, sempre su suggerimento del sornione Prosdocimo, viene abbandonata dal marito e dall’ amante, o almeno così le viene fatto credere.
Fino al momento, cioè in cui casca il palco. Ma nel vero senso letterale: tutte le tende che separano le quinte dal palcoscenico nel palcoscenico cadono, rivelando tutti gli altri personaggi nascosti (fra cui “i reali addetti ai lavori”, che entrano così in scena, diventando essi stessi personaggi). E la povera Fiorilla, il prototipo della moglie fedifraga scoperta, giace per terra, a piangere rumorosamente. Nonostante le esortazioni a cantare di Prosdocimo-Mastrotaro, di Geronio-Rumetz e perfino di Selim-Furlanetto (“Ma cosa fa? Non canta? CANTA!”). Fine della commedia nella commedia. Ma non dell ‘opera. Che si conclude gloriosamente a sipario (quello vero) chiuso, con la riconciliazione di Geronio e Fiorilla sul proscenio. Per poi essere raggiunti a maggiore gloria dagli altri personaggi, previsti e non.

E’ stato un vero trionfo, di comicità, di fantasia, di giocosità. Ecco un caso in cui la libertà interpretativa, anche anacronistica, riesce a rendere sul serio lo spirito dell’ opera buffa, che è soprattutto divertimento. Il belcanto, parimenti, c’ è stato, e a notevoli livelli, come era da aspettarsi, visto il cast: Giovanni Furlanetto è stato un superbo Selim, di grande presenza, scenica e vocale; Paolo Rumetz bravissimo! e Giulio Mastrotaro, davvero un Prosdocimo dalla comicità perfetta. Notevoli Zaida-Claudia Huckle, dalla bella voce scura e piena, ma soprattutto Fiorilla-Viktorija Kaminskaite, altra voce potente e piena, capace di riempire il teatro (e dalla dizione perfetta). Una vera piccola ovazione ha invece ricevuto Albazar-Dan Karlström, nella difficile aria del secondo atto. Ottima prova anche della Gewandhausorchester, diretta da Andreas Schüller. La regia felicissima e spettacolare è dell’ olandese Michiel Dijkema.

Anna Costalonga

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