Il barbiere rampante di Cesare Sterbini

Come sapete, questo blog è nato anche per ospitare contributi e far circolare idee.
Oggi mi onoro di pubblicare un breve saggio dello scrittore Vincenzo Ciampi sul libretto del Barbiere di Siviglia. A lui vanno i miei più vivi ringraziamenti per avermi concesso di ospitarlo su queste pagine.

I libretti d’opera non sono famosi per essere dei capolavori letterari. Sono adattati alla musica, i testi sono stati rimaneggiati dai compositori per assecondare le melodie; si accontentano di una teatralità spesso elementare. Alcuni sono migliori di altri, come quelli pucciniani (la freschezza goliardica della Bohéme fa onore ai due librettisti), ma in genere è il canto a prevalere.Ce n’è uno, però, che secondo me è un capolavoro nel capolavoro. E’ il libretto che Cesare Sterbini (1784 – 1831) scrisse per il “Barbiere di Siviglia ” rossiniano, opera che ancor oggi ispira una incontenibile gioia di vivere.

Sterbini era romano, viveva nella Roma papalina, non era scrittore di professione, bensì uomo di cultura e dalla mentalità aperta. Confezionò per il suo amico Gioacchino una sorta di “remake” di un”opera buffa di Giovanni Paisiello, a sua volta ispirata ad un lavoro teatrale del francese Beaumarchais. Tema noto, personaggio noto: ma il Figaro di Sterbini ha finito per rappresentare, con esplosiva efficacia, lo spirito dei tempi . Anche nella Roma sorniona e reazionaria dei papi erano riecheggiate di recente le suggestioni rivoluzionarie provenienti dalla Francia. Sterbini le fa proprie con il camuffamento obbligato dell’ironia, superando l’ostacolo censorio di un’ambientazione fuori dalla realtà italiana (di qui la scelta della lontana e sconosciuta Siviglia).

Figaro è il primo vero eroe borghese. Spirito imprenditoriale, desiderio di guadagno per esclusivo effetto dell’ ingegno, immaginazione al potere. Il barbiere-factotum è un cervello in vendita, libero però di discuterne i prodotti con il suo committente, il focoso Conte di Almaviva; è libero anche di contrattare le condizioni, di proporre alternative ai primi tentativi – falliti – di raggiungere la giovane Rosina.
La dialettica fra Figaro e il Conte non è più quella servo – padrone. E’ un confronto aperto fra due mondi, il vecchio e il nuovo.
I loro obiettivi si fondono, ma all’origine sono ben diversi. Il Conte vuole sottrarre l’amata Rosina alla tutela del vecchio bavoso Bartolo, che in realtà la vuole sposare per libidine e interesse. Figaro vuole guadagnare. Il detentore della ricchezza – Almaviva – deve” investire”, per ottenere il suo obiettivo. Figaro deve mettere a frutto l’investimento per procedere nel suo personale percorso di emancipazione sociale: sarà retribuito ” a risultato”. Il potere sta per passare dagli Almaviva ai Figaro. Dall’aristocrazia ai ceti borghesi emergenti.

In un celeberrimo duetto, emerge il contrasto creativo fra i due mondi in provvisoria alleanza. Entusiasti per una trovata del factotum, entrambi manifestano ciò che in realtà vogliono, incrociando in un crescendo musicale-emotivo le rispettive aspirazioni. “Ah che d’amore, la fiamma sento”, dice l’ingrifato Almaviva, e Figaro gli fa eco: “Delle monete , il suon già sento”. Mentre il Conte sogna ad occhi aperti di deliziarsi delle rotondità di Rosina, il barbiere pregusta il suono delle monete. E’ un vulcano di idee: “All’idea di quel metallo , portentoso, onnipotente”, e lo ammette: “Veda l’oro, veda l’oro cosa fa: Ubbriaco! Sì, ubbriaco mio signor si fingerà”. Così ora Figaro assume addirittura un ruolo direttivo; è lui, come qualsiasi consulente ben quotato, ad assumere il comando delle operazioni: il Conte si fingerà ubriaco per introdursi nella dimora di Bartolo, per farlo seguirà alla lettera le sue istruzioni. Alla fine di questo folgorante duetto, i due – non più separati da barriere sociali – concludono all’unisono: “E di me stesso maggior mi fa”. Per entrambi, infatti, è crescita rispetto allo status precedente. Ricorrendo ai trucchi e ai travestimenti, il Conte abbandonerà il moralismo ipocrita del suo ambiente: sposerà in pieno la filosofia libertina e libertaria e riuscirà ad abbandonare le convenzioni e i tabù che lo separano dal suo sogno erotico-matrimoniale.
Per Figaro, il successo nell’ operazione – Rosina comporterà aumentare il proprio prestigio e il proprio benessere economico.

Il campo avverso – il vecchio tutore e il suo consigliere ecclesiastico, Don Basilio – rappresenta l’ipocrisia della morale cattolica. La giovane Rosina è segregata , ma lo scopo della sua prigionia non è la salvezza della sua anima , bensì di conservarne il giovane corpo e le ricchezze di famiglia per le brame del vecchio Bartolo.Come tutti i sistemi di potere, lo smascheramento delle sovrastrutture etiche comporta l’abbandono palese di ogni scrupolo: di fronte alla minaccia del Nuovo si ricorrerà agli stessi metodi, l’ inganno e la truffa.Così, nell’arcifamosa aria della “calunnia”, Basilio consiglia a Bartolo di diffondere in città voci infamanti sul giovane rivale che insidia la Rosina. Passo di una modernità addirittura inquietante.

E l’ oggetto del desiderio? La ragazza? Non è soggetto passivo. Rosina ha schifo del vecchio tutore, vuole il giovane e appassionato spasimante. Deve darsi da fare. Se vuole farcela,deve collaborare agli intrighi e correre dei rischi. Deve a sua volta emanciparsi dal ruolo della fanciulla tutta casa e chiesa , o meglio, deve simularlo, ma solo per sopravvivere. Anche per lei è in atto un processo rivoluzionario. Le sue motivazioni sono, in fondo, le stesse di Almaviva. E simile è il percorso di smascheramento dei falsi valori e di abbandono della morale corrente: per avere il maschio desiderato, tutto è lecito: “E cento trappole, prima di cedere, farò giocar!”.

Il lieto fine apparente dell’opera è la resa di Bartolo e il trionfo dell’amore. Ma il vero vincitore è Figaro.
Le tempeste ormonali di Almaviva e della Rosina passano in second’ordine. È lo spirito liberale e illuministico a trionfare. Il Nuovo ha la meglio sul Vecchio.
Siamo nel 1816. Nella finzione il successo sarà completo. Nella realtà non sarà così semplice.

Vincenzo Ciampi

 

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Un pensiero su “Il barbiere rampante di Cesare Sterbini

  1. Fulminante davvero, questa analisi del Barbiere dello Sterbini!
    C’è dentro tutto il crogiolo delle trasformazioni sociali del tempo.
    Quelle che nella musica strumentale – qualche decennio addietro – avevano creato le basi nientemeno che della “forma-sonata”.

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