Claudio Giombi ricorda Carlos Kleiber

Ancora una testimonianza riguardante Carlos Kleiber. Alla notizia della sua morte Claudio Giombi, grande caratterista triestino che ha lavorato con tutti i piú grandi direttori della sua epoca, scriveva questo ricordo del suo lavoro con il maestro.
Si tratta di un documento di altissimo interesse, e ringrazio Claudio Giombi per avermi autorizzato a pubblicarlo qui.

Ho appreso dai giornali la morte del maestro Carlos Kleiber.
Due pagine intere del Corriere della Sera gli sono state dedicate. Da molti è ritenuto il più “grande” direttore d’orchestra del mondo.
Vittima del successo paterno, pure lui, famoso direttore d’orchestra, si era sentito dire spesso dal genitore: “ Tu non sei né sarai mai, un buon musicista, non arriverai nemmeno a scalfirmi con la tua bacchetta”.
La sua morte mi ha rattristato molto. In cuor mio sognavo di ritrovarlo ancora in una Bohème, per riprovare quelle emozioni che soltanto lui sapeva darmi. L’ultima volta fu in Giappone, per la recita straordinaria di commiato, a Yokohama, con la tournée della Scala di Milano. Era stata straordinaria e aveva superato tutte le altre. Mentre ritornavamo insieme verso i camerini, Kleiber mi sussurrò: “Giombi, la nostra ultima Bohème…”
Mi sentii mancare, conoscevo la sua suscettibilità: “Maestro, ho sbagliato qualcosa?”
Lui mi guardò come un bambino ferito…”No, assolutamente, lei è stato grande come sempre”. Dopo una lunga pausa: “Io non dirigerò più quest’opera, perché non potrei farlo mai, meglio di questa sera”.
Fu di parola e non ci rivedemmo più.
Sono stato tentato più volte, di scrivergli o telefonargli. Per molte cose mi ricordava la Pittoni e sapevo che nonostante avesse il mondo del teatro ai suoi piedi, non era felice. Aveva sempre paura di sbagliare.
Il nostro primo incontro avvenne alla Scala con le riprese della Bohème, lo stesso allestimento di Zeffirelli, che già conoscevo. Credo sapesse che l’avevo eseguita con Karajan, perché quando si rivolse a me, per spiegarmi certi suoi effetti, era impacciato e non riuscivo a capire cosa volesse. Quando cominciava e avveniva subito, a sentirsi incompreso, s’ innervosiva e allora iniziavano i guai.
“Guardi, Maestro, questa frase la posso eseguire in modi diversi, ascolti…”
Gli proposi tutto un campionario d’interpretazioni. Lui cominciò a rilassarsi e sorridere.
“Va bene, Giombi, ho capito, quando saremo sul palcoscenico l’ esegua come sentirà di farlo”.
Alla fine della sua tirata sulle donne, Benoit dice: “….e son piene di doglie, per esempio, mio moglie!”. Puccini ha scritto un fortissimo in battere dell’orchestra sulla parola “moglie” che così sparisce. Molti direttori, compreso Karajan, aspettano il completamento della frase e vanno con l’attacco dell’orchestra subito dopo. Ma Kleiber voleva eseguirlo come scritto. Ogni sera, prima d’iniziare, veniva nel mio camerino a supplicarmi: “Giombi, la prego urli “mia moglie!”
Ed io: “Farò del mio meglio, ma con le mogli non serve urlare….”
E se ne usciva ridendo.
Fu lui a volermi ad ogni costo al Metropolitan di New York, con Pavarotti e la Freni.
Negli Stati Uniti i ruoli di comprimario non possono essere assegnati ad artisti non iscritti al sindacato nazionale. I due grandi caratteristi italiani stabili di quel teatro erano Italo Tajo e Renato Capecchi, due star del firmamento lirico. Ma Kleiber riuscì a spuntarla e mi dissero che minacciò di non dirigere l’opera se non c’ero io.
Per giustificare meglio al sindacato la mia posizione, mi affidarono entrambi i ruoli di Benoit e Alcindoro, come era previsto al tempo di Puccini. Poi il sindacalismo impose: “Ogni ruolo, un interprete diverso”.
Kleiber fu lietissimo della scelta e una sera alla fine del secondo atto, che lui dirigeva saltando sul podio, come un bambino, mi si avvicinò..:
“Giombi dov’era…?”
”Sul palcoscenico Maestro, non mi ha visto?” . Era diventato il nostro gioco quello dei malintesi…”Perché non mi ha mai detto che fa pure Alcindoro? Glielo avrei fatto fare anche alla Scala”.
“ Impossibile Maestro, il sindacalismo italiano non è flessibile come l’ americano, non lo permetterebbero mai. Quando si tratta di porre ostacoli ad un artista ci riescono sempre, non altrettanto quando si tratta di tutelare i suoi diritti….”
Lo vidi pensieroso e ci salutammo.
Due anni dopo riprendemmo l’allestimento alla Scala, per la nuova tournée in Giappone.
Il direttore artistico era Cesare Mazzonis, un vero gentiluomo dopo Grassi, mi fermò in platea, durante una prova:
“Il maestro Kleiber minaccia d’andarsene per colpa sua…”
“Cooosa“,dissi terrorizzato.
“Vuole che lei faccia entrambi i ruoli come al Metropolitan, ma gli abbiamo spiegato che in Italia è sindacalmente impossibile, c’è una legge a proposito. Siamo però arrivati ad un compromesso, qui lei fa Benoit, mentre in Giappone farà entrambi i ruoli, d’accordo?”. Poi ne feci tre, anche una delle guardie nel terzo atto.
Andai in scena senza nessuna prova e per educazione, mi recai in camerino del Maestro a chiedergli se ero andato bene.
“Nel quarto atto lei non c’era…” mi disse con tono severo fissandomi con i suoi occhi di ghiaccio.
“Nel quarto atto non c’è nessun ruolo per me, Puccini non ci ha pensato…”risposi.
Con un grande sorriso Kleiber mi abbracciò, sussurrandomi all’orecchio:
“Peccato!”

Claudio Giombi

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