Impressioni da Berlino

berlinUn week end musicale a Berlino é sempre un’ esperienza altamente raccomandabile. L’ offerta di avvenimenti proposta dalla capitale tedesca infatti ha pochissimi paragoni attualmente nel mondo per quantitá e qualitá. La settimana scorsa io sono andato ad assistere al Ballo in Maschera,una delle produzioni di maggior successo quest’ anno alla Staatsoper unten den Linden, ed il giorno seguente all’ annuale concerto di Claudio Abbado sul podio dei Berliner Philharmoniker. Tra le due manifestazioni, c’ é stata una piacevolissima sorpresa, di cui riferiró piú avanti. Cominciamo a riferire partendo dall’ opera verdiana, che proponeva una coppia di protagonisti tra i migliori attualmente disponibili, affidati alla bacchetta di Philippe Jordan, uno dei piú interessanti direttori della giovane generazione. Svizzero, 36 anni, figlio di Armin, anche lui direttore dai molti meriti, Jordan é ospite regolare di tutte le istituzioni piú prestigiose. Stimatissimo alla Wiener Staatsoper ed al Covent Garden, collabora regolarmente con l’ Opernhaus di Zurigo (l’ allestimento del Ring da lui diretto, con la messinscena di Bob Wilson, é stato uno dei grandi successi della stagione) e tra poco assumerá l’ incarico di direttore stabile all’ Opéra di Parigi. Si tratta di un musicista indubbiamente dotato di grandi qualitá, e la sua interpretazione del Ballo verdiano é stata infatti assai notevole per i colori orchestrali veramente di prima scelta e il senso del respiro melodico. Forse le scene cortigiane necessitavano di una maggiore brillantezza, e ogni tanto si percepiva qualche calo di tensione, soprattutto nel secondo quadro del primo atto. Molto ben condotte invece la scena della congiura e quella finale, e notevolissima la capacitá di tenere in giusto equilibrio le sonoritá della buca con quelle della scena. Splendido protagonista era Piotr Beczala, tenore polacco, davvero una delle migliori voci del momento. Conoscendolo bene per le sue interpretazioni di Tamino e Belmonte, avevo sinceramente qualche dubbio sulla sua capacitá di reggere il ruolo di Riccardo, superato al contrario senza problemi grazie ad una voce splendidamente proiettata e ad una personalitá interpretativa veramente fuori dal comune. La sua esecuzione della Ballata e quella dell’ aria del terzo atto sono state  assolutamente degne di figurare accanto a quelle dei grandi interpreti storici del ruolo. Con questa interpretazione, Beczala si candida sicuramente ad occupare una posizione di primo piano tra i tenori dell’ ultima generazione. Sua partner era Catherine Naglestad, soprano statunitense che é stata per anni la stella del teatro qui a Stoccarda, prima di spiccare il volo per una carriera internazionale che si sta facendo di anno in anno piú importante. La sua Norma e la sua Alceste qui da noi sono state tra le piú belle esperienze di ascolto fatte negli ultimi anni, e la sua interpretazione di Amelia era assolutamente allo stesso livello. Squillo, omogeneitá di registri, capacitá di flettere a piacimento il suono, dominio assoluto della tessitura: si tratta veramente di una cantante che, senza tema di sbilanciarsi, ha davvero pochi paragoni nel panorama attuale. L’ ovazione del pubblico al termine dell’ aria “Morró, ma prima in grazia” ha salutato giustamente un’ interpretazione tra le migliori che mi sia mai capitato di ascoltare in questo ruolo. Renato era il baritono messicano Alfredo Daza, membro stabile dell’ ensemble alla Staatsoper, che ricordavo come buon Lescaut nella Manon massenetiana di due anni fa, accanto alla Netrebko e Villazon. La voce é di timbro abbastanza  gradevole, ma qualche volta il cantante la scurisce artificialmente, con il risultato di scomporsi vocalmente dove la tessitura della parte diventa alta, ad esempio nella seconda parte dell’ “Eri tu”. Forse sono difetti dovuti all’ inesperienza, visto che Daza debuttava il ruolo di Renato in questa produzione, e magari varrebbe la pena di lavorarci sopra, visto che il materiale vocale e la disinvoltura scenica potrebbero permettere al cantante di candidarsi ad una posizione preminente nel campo dei baritoni verdiani, attualmente piuttosto sguarnito.
Sontuosa invece l’ Ulrica di Mariana Pentcheva, immune oltretutto da quegli effetti-contrabbasso che tutte le interpreti del ruolo spargono di solito a piene mani. Bellissima tra l’ altro l’ idea registica di vestirla come Whoopi Goldberg in “The color purple”. Brava anche Sylvia Schwartz, un Oscar spigliato e vivace, mai lezioso né petulante. Lo spettacolo di Jussi Wieler e Sergio Morabito era in stile Regietheater ma, come in tutte le loro produzioni allestite a Stoccarda, i due hanno confermato la loro capacitá di raccontare la vicenda teatrale in modo logico e soprattutto con sufficiente gusto. Forse peró l’ atmosfera notturna del secondo atto andava evidenziata in modo un tantino piú chiaro. Ad ogni modo, una bellissima serata.
Il giorno dopo, Berlino festeggiava i sessant’ anni della Repubblica Federale con una massiccia partecipazione di popolo, e qui abbiamo avuto la sorpresa di cui parlavo. Infatti, il culmine di una giornata ricchissima di avvenimenti musicali celebrativi era costituito da Daniel Barenboim che dirigeva la Nona di Beethoven davanti alla Porta di Brandeburgo, in un concerto ad ingresso gratuito voluto personalmente dalla Bundeskanzlerin Angela Merkel. Un’ interpretazione ricca di slancio e poesia, resa al meglio dalla Staatskapelle e dal coro della Staatsoper ed impreziosita da un quartetto solistico eccezionale: Anna Schwanewilms, Waltraud Meier, Jonas Kaufmann e René Pape. Ma, aldilá della qualitá musicale, vi assicuro che trovarsi in mezzo a piú di duecentomila persone convenute per celebrare una festa patriottica con uno dei loro capolavori artistici, in un´esecuzione di tale livello, era una cosa che andava aldilá del piacere dell’ ascolto. È stata un’ altissima lezione di civiltà, di politica culturale e di democrazia, di quelle che nell’ attuale sgangherata Italia possono solo sognarsi.
Terminata la Nona, mi sono diretto verso la Philharmonie, per assistere a quello che é stato uno dei piú bei concerti di Claudio Abbado da me ascoltati, e vi assicuro che non ne ho sentiti pochi, in trent’ anni che seguo il maestro milanese. La poesia assoluta della Rosamunde schubertiana, la dolcezza e trasparenza del tessuto orchestrale, era una cosa veramente da lasciare a bocca aperta gli ascoltatori. Abbado sfrutta la gamma di sonoritá che i Berliner Philharmoniker possono offrire per lavorare di cesello sulla dinamica, in un continuo caleidoscopio di colori cangianti. La voce di Angelica Kirchschlager, nella Romanze e nei tre Lieder mahleriani che chiudevano la prima parte, suggellava il capolavoro interpretativo con la sua commossa partecipazione espressiva. Poche volte “Wo die schöne Trompeten blasen” e la “Rheinlegendchen” sono apparse cosí evidenziate nella loro caratteristica di straziante rievocazione di un’ armonia perduta. Bella anche la “Lob des hohen Verstandes” , sebbene io la preferisca un tantino piú graffiante. Al di sopra di ogni lode la prestazione dei Berliner Philharmoniker che riescono sempre, nei loro concerti con Abbado, a recepire e tradurre in sonoritá tutti i desiderata interpretativi del maestro. Ma di livello forse ancora superiore é stata La Mer di Debussy, resa da Abbado con una luciditá analitica ed espositiva ed una sagacia di narrazione tali da iscrivere a buon diritto questa esecuzione tra le massime della storia interpretativa del brano. Una lettura di un equilibrio e respiro perfetti, anche qui con una paletta coloristica dalle sfumature e gradazioni pressoché infinite. Trionfo finale, come sempre accade per Abbado a Berlino, a suggellare una serata di quelle destinate a restare a lungo nella memoria di chi era presente.

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Un pensiero su “Impressioni da Berlino

  1. Noi, nel nostro “piccolo”, il 2 giugno ci sorbiremo qualche spot non propriamente patriottico del nostro “grande” PM!

    MfG

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