Noia mortale:Don Carlo alla Scala

Dopo aver assistito alla tramissione televisiva, su ARTE, del Don Carlo scaligero, ed aver riguardato la registrazione,l a mia opinione definitiva é questa:si tratta di uno spettacolo che non riesce nemmeno ad irritarmi. Preceduta dal consueto strepito mediatico, ulteriormente arroventato alla vigilia dalla polemica relativa alla sostituzione del tenore, la serata é scivolata stancamente in un´atmosfera di noia plumbea, per merito principale del direttore d´orchestra e del regista. Daniele Gatti é il maestro che una certa parte della Milano musicale ha giá scelto come Principe Ereditario e Successore della Real Casa.Questa serata doveva pertanto costituire l´intronizzazione definitiva del Delfino sul trono che fu di Claudio Abbado, indegnamente usurpato da Riccardo Muti. Purtroppo,le cose sono andate in maniera diversa. Musicista di indubbio talento e cospicue capacitá, Gatti non possiede ancora, a mio avviso, una personalitá intepretativa sicura. Questo lo porta spesso a calcolare gli effetti a tavolino, indipendentemente dalla musica che affronta. Non ho percepito nessuna concezione d´insieme nel suo Don Carlo. Solo il cesello insistito di alcuni particolari ed un fraseggio orchestrale caratterizzato da rallentando ed accelerando spesso del tutto gratuiti. Nessun senso dell´affresco storico, nessuno scavo psicologico dei personaggi in una partitura che necessita assolutamente di tutto questo. Solo un condurre l´orchestra disinteressandosi completamente della concertazione vocale,con i cantanti lasciati da soli a cavarsela secondo le loro possibilitá.Visto poi che il cast,sotto questo aspetto,offriva ben poco,era logico che la serata scivolasse piano piano in un´atmosfera di piattezza e grigiore. Molto del suo ce l´ha messo anche Stéphane Braunschweig, che ha ideato una scenografia spoglia e buona per qualsiasi opera del repertorio, con costumi di una tale banalitá da dar l´impressione che ogni cantante si fosse portato da casa uno vecchio che aveva. Capacitá di creare un clima, un´atmosfera qualsiasi: semplicemente,non pervenute.Un banale dirigere il traffico, con i solisti a trarsi d´impaccio per conto loro.
Abbandonata a se stessa dal direttore e dal regista, la compagnia ha badato, in linea generale,a portare a casa la serata senza troppi danni. Questo vale in particolare per il tenore Stuart Neill,mandato in scena in un modo che si segnala veramente per la assoluta mancanza di educazione,come si legge qui. In pratica, hanno detto chiaramente che lo facevano cantare solo perche non c´era altro. Quelle finesse, Monsieur Lissner….Con queste premesse, Neill se l´é cavata abbastanza bene, arrivando in fondo senza danni.Alla fine,era quello che si voleva da lui, e casomai qualche idea interpretativa in piú avrebbe dovuto suggerirgliela Gatti,che se n´é completamente disinteressato. Di un maggior sostegno da parte di direttore e regista avrebbe avuto molto bisogno Dalibor Jenis, un baritono dalla voce interessante, ma tecnicamente e interpretativamente immaturo. Della grandezza aristocratica,dell´allure e del patetismo che il canto di Posa dovrebbe esprimere, nessuna traccia. Contrariamente ai colleghi,Ferruccio Furlanetto é una vecchia volpe di teatro, dotato di esperienza e carisma scenico in abbondanza.In questo modo, ha potuto provvedere da sé a quanto non gli avevano suggerito i responsabili dello spettacolo, e il personaggio di Filippo II é venuto fuori con una buona dose della truce grandezza che gli si addice.Purtroppo, la voce é ormai veramente troppo usurata, ingolata e dura, e l´incapacitá di sostenere le frasi legate del monologo abbassava di molto la credibilitá del sovrano tradito che medita sul suo futuro. Dell´Inquisitore, impersonato da Anatolj Kotscherga, meglio tacere, al massimo si puó dire che una direzione artistica che scrittura un elemento del genere, che con il canto italiano non ha mai avuto nulla a che fare, dimostra puramente e semplicemente di non avere orecchie.Abbandonata a se stessa da Gatti e Braunschweig, Fiorenza Cedolins ha trasformato la regina di Spagna in un´orfanella spaurita. Non che abbia cantato male, ma la parte non le si addice in primo luogo per la mancanza di consistenza della prima ottava, necessaria in una tessitura come quella di Elisabetta, che a volte é addirittura piú bassa di quella di Eboli. Cosí, a parte la discreta esecuzione dell´aria del primo atto, per tutto il resto della serata abbiamo ascoltato un canto dimesso,timido, privo di personalitá ed autoritá vocale. Qualitá,quest´ultima,che non fa difetto a Dolora Zajic, mezzosoprano da battaglia abituato a puntare tutto sullo squillo ed il volume. Solo che la finezza non é mai stata il punto di forza della signora, e cosí, dopo una Canzone del Velo molto pasticciata nelle agilitá, abbiamo visto e sentito il progressivo affermarsi della solita Eboli invasata, che poco mancava si rotolasse per le terre alla maniera della Bellincioni in Cavalleria Rusticana, augurando la mala Pasqua alla Regina ed all´Infante di Spagna. Ad ogni modo il "Don fatale", eseguito con veemenza e note alte di uno squillo addirittura arrogante, ha provocato l´unico soprassalto emotivo della serata. E adesso,dopo aver faticosamente rivisto la recita,vorrei fare a Gatti un ulteriore appunto. Se si decide di eseguire il lamento sul cadavere di Posa, esso deve essere preceduto dal recitativo della versione originale,come facevano Pretre a Venezia nel 1973 e Abbado nel 1977. Se invece, come ha fatto Gatti, si inserisce il brano nella versione riveduta, sulle parole di Carlo "I regni miei stan presso a lui" si crea una stridente frattura tonale, che Verdi non si sarebbe mai sognato di immaginare.
Ecco, abbiamo finito e arrivare in fondo a questo post mi é costato fatica esattamente come rivedere la registrazione. Certo peró che i fischi erano assolutamente censurabili. Sarebbe stato assai piú appropriato, da parte del pubblico, tacere ed esibire uno striscione come quello preparato qualche anno fa dai tifosi interisti, dopo una serie di prestazioni particolarmente negative della squadra.
Lo striscione diceva:NON ABBIAMO PIÚ PAROLE PER INSULTARVI.
Ecco, questa sarebbe stata la reazione adeguata ad un simile spettacolo.

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