Eugenj Onegin a Stuttgart

Devo dire innanzi tutto che amo molto l’ atmosfera della Staatsoper di Stuttgart. Per un melomane di lungo corso come me, é un piacere trovarsi in un teatro dove si percepisce prima di tutto la voglia di sentire musica. Facilità di accesso estrema, senza le traversie che occorre fare in Italia per procurarsi un biglietto, pubblico assolutamente privo di spocchia vipparola ed una forte presenza di giovani e giovanissimi, tutti animati da una sana curiositá, come il gruppo di adolescenti che occupava i posti vicini al mio venerdí sera, i quali appena hanno individuato che ero un appassionato hanno cominciato a tempestarmi di domande sull’ opera e sull’ autore, in un modo che faceva intuire la voglia di saperne di piú su quel che stavano vedendo. Tutto questo contribuisce a restituirti le condizioni d’ animo necessarie per gustarsi una serata all’ opera. Dal punto di vista artistico, la Staatsoper è un teatro organizzato secondo il sistema tedesco dell’ ensemble e preferisce lavorare con cantanti giovani, cosa che io trovo assai lodevole. Il cast dell’ Eugenj Onegin che ho visto venerdí sera era composto di elementi tutti intorno ai trent’ anni di età i quali, guidati da un direttore forse non geniale, ma molto esperto, ci hanno fatto ascoltare un’ esecuzione notevole per slancio e freschezza, con alcuni punti veramente eccellenti. Naturalmente il lato negativo nelle cose c’ è sempre e qui, come nella quasi totalitá dei teatri tedeschi, é costituito dagli allestimenti improntati al cosiddetto Regietheater, del quale abbiamo avuto giá modo di parlare e che alle volte sono di notevole disturbo. Il bello é che, a sentire la maggior parte degli spettatori, queste cose sembrano essere sgradite anche al pubblico. Comunque, si cerca di sopportare questo fatto, tranne quando i registi veramente esagerano in assurditá. Qui a Stuttgart, devo citare come esempi estremamente negativi la Fanciulla del West e il Fliegende Holländer messi in scena da Calixto Bieito e la recente Aida di Karsten Wiegand, di cui ho già riferito e che è stata duramente censurata anche dai giornali locali.

Per quanto riguarda l’ opera di Tschaikowsky, la Staatsoper ha affidato la regia a Waltraud Lechner, che nel teatro lavora come direttore degli allestimenti scenici e che si é fatta apprezzare per la sua elegante messinscena dell‘ Idomeneo. La Lechner, in collaborazione col Dramaturg del teatro, Sergio Morabito, ha immaginato di ambientare la vicenda come una storia di nuovi ricchi nella Russia postsovietica. Una scena praticamente unica, ideata da Kazuko Watanabe, funge nei primi due atti da struttura portante di una villa comprata da Larina, la madre delle due ragazze da marito, la quale, dopo i lavori di restauro, inaugura la proprietá con uno sfarzoso party, quello che apre il secondo atto. Dopo la scena del duello, per il terzo atto ci troviamo in un’ esclusiva stazione di sport invernali, dove la società dei nuovi ricchi trascorre le vacanze. Tra essi naturalmente si trova Tatjana, che ha consolidato la sua posizione sociale grazie al matrimonio con Gremin. Devo dire che, fatto salvo il cambio di ambientazione, l’ allestimento era abbastanza gradevole e la regia sobria e senza eccessi. Peccato solo per una caduta di gusto: realizzare il duello tra Onegin e Lenskj come una sfida alla roulette russa non mi è parso opportuno, e l’ atmosfera drammatica della scena ne ha sofferto in maniera evidente. Comunque era uno spettacolo che si lasciava guardare senza grossi fastidi, soprattutto nè lambiccato nè troppo cerebrale.

La compagnia di canto, come ho detto, era estremamente gradevole ed equilibrata in tutti i ruoli. Karine Babajanyan, giovane soprano armeno che da cinque anni lavora con l’ ensemble della Staatsoper, ha delineato una Tatjana impulsiva e vibrante, facendoci ascoltare una voce di bel timbro ed estremamente ben controllata. La ventisettenne Tajana Raj, mezzosoprano di Norimberga che l’ anno scorso ha riscosso un grande successo personale come Idamante, ha impersonato Olga, confermando di essere una delle voci piú promettenti della compagnia. Il basso Liang Lin ha interpretato Gremin con una voce molto piú morbida e controllata rispetto all’ Aida. Nel ruolo di Onegin, il baritono giapponese Shigeo Ishino ha evidenziato gradevoli mezzi vocali e notevoli doti interpretative, sottolineando molto bene l’ evoluzione psicologica del giovane aristocratico blasé e disincantato che al terzo atto si ritrova innamorato infelice della donna che aveva respinto. Ma la vera sorpresa della serata ce l’ ha fornita il tenore russo Roman Shulackoff, non ancora trentenne, debuttante nel nostro teatro, che ha cantato Lenskj con una voce bellissima e sorretta da una tecnica giá ragguardevole. La celebre aria del secondo atto, eseguita con ottime mezzevoci, fraseggio appassionato e acuti squillantissimi, ha strappato un’ ovazione al pubblico. Buone anche le caratterizzazioni di Cornelia Wulkopf come Filipjewna e Heinz Göhrig come Triquet.

Sul podio, dopo la prima recita che si è svolta con il solo accompagnamento pianistico a causa di uno sciopero dell’ orchestra (ebbene sì, queste cose succedono anche in Germania ogni tanto…) c’ era Marc Soustrot, direttore di notevole mestiere e concertatore molto consapevole, ma dalla personalità intepretativa un po’ pallida. In una intervista pubblicata sul programma di sala, il maestro francese si soffermava a lungo sulla raffinatezza della scrittura di Tschaikowsky e sulla varietá dinamica della partitura. Siamo perfettamente d’ accordo, ma non bisogna dimenticare che Onegin è anche un’ opera di sentimenti al calor bianco e di passioni a volte esasperate e questo aspetto, nella direzione di Soustrot, è rimasto un po’ in ombra. Nella scena della festa, culminante nel concertato della sfida, e nel duetto finale, si sentiva davvero la mancanza di una bacchetta con un po’  piú di passionalitá. Ad ogni modo, una direzione sicura e sagace nel sostenere i cantanti, e questo era già qualcosa di positivo. In complesso una serata molto gradevole, con la scoperta di un tenore di cui sono sicuro che sentiremo presto ancora parlare.

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2 pensieri su “Eugenj Onegin a Stuttgart

  1. Beati voi che, anche in provincia (con tutto il rispetto per Stuttgart, città che in passato ho avuto modo di frequentare parecchio) godete di una programmazione di quantità a noi sconosciuta e di qualità comunque sempre dignitosa.

    In Italia l’Onegin si rappresenta poco, io ho un remoto ricordo dei primi anni ’70, alla Scala, con una compagnia russa in tournèe (non saprei dire adesso se era Bolscioi o Marinski… figurati, tu certo ricorderai meglio).

    Confesso che – al di là di un doveroso apprezzamento – quest’opera non mi incanta più di tanto. Forse sono un po’ prevenuto, ma quando un grande artista come il Peter Ilic fa iniziare due atti su tre con (splendide, per carità) musiche da balletto… qualche perplessità sulla complessiva caratura dell’opera mi viene.

    A presto!

  2. Non mi ricordo l edizione da te citata,ma io in Italia ho avuto l´occasione di vedere l´Onegin in quattro edizioni,tutte pregevoli.La prima volta fu a Firenze nel 1980,con la direzione di Rostropovich e un cast che comprendeva la Visnevskaja,Nucci e Gedda.Sei anni dopo lo vidi alla Scala in una produzione diretta da Ozawa,con la regia di Konchalowsky e,tra i protagonisti,Ghiaurov,Schicoff e la splendida Tatjana di Mirella Freni.
    Nel 1991 fu la volta di un´edizione a Bologna,con la superba direzione di Wladimir Delman e ancora la Freni.Lo spettacolo bolognese fu poi ripreso l´anno successivo a Venezia,sempre sotto la guida di Delman e con Lucia Mazzaria e Dwayne Croft,un giovane baritono americano che successivamante ha svolto una prestigiosa carriera al Met.Devo dire che nemmeno io adoro quest´opera alla follia,ma pagine come la scena della lettera,l´aria del tenore e il finale bastano a regalarti una bella serata a teatro.
    Ciao

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