Mario Del Monaco

mario del monacoQuando Mario Del Monaco morí, il 16 ottobre 1982, il quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” uscí con un titolo in prima pagina che diceva: OTELLO IST TOT!. Sono estremamente rari, nella storia del teatro d’ opera, casi talmente forti di identificazione tra un cantante ed un personaggio. In effetti, il tenore fiorentino non ebbe assolutamente rivali a lui confrontabili nei suoi ventidue anni di frequentazione del ruolo, a partire dal debutto al Teatro Colon di Buenos Aires nel 1950 sino alle ultime recite nel 1972 a Bruxelles, di cui é rimasta una registrazione sbalorditiva per la freschezza dei mezzi vocali e la forza drammatica trascinante. Ma la parabola artistica di Del Monaco non puó essere circoscritta solo alla sua intepretazione di questo ruolo, che pure é da sempre considerato un banco di prova tra i piú ardui per la voce di tenore eroico-drammatico. Mario Del Monaco appartiene al ristretto numero di quegli artisti che hanno profondamente cambiato i criteri interpretativi del teatro lirico.
Dotato in natura di uno strumento assolutamente fuori del comune, faticó non poco, negli anni di formazione, a definire i mezzi tecnici necessari ad acquisirne una completa padronanza. Una volta completato questo processo, il tenore toscano si impose rapidamente in virtú di una voce eccezionale per squillo e penetrazione e di un fraseggio declamatorio dalla forza propulsiva assolutamente senza eguali. A questo si aggiungeva una figura scenica elegante, valorizzata da una cura estrema nei dettagli della recitazione.
Insieme a Franco Corelli, fece rivivere il mito del tenore-espada, in grado di elargire acuti come stoccate capaci di far impazzire il pubblico piú ostile. Il successo decretato dalle platee a questi cantanti fu determinato senz’ altro, almeno in parte,  anche dalla reazione all’ eccesso di saccarina e sentimentalismo che tenori come Gigli e i suoi epigoni, per esempio Ferruccio Tagliavini, avevano imposto nell’ epoca immediatamente precedente. Lo stesso tipo di reazione avveniva contemporaneamente anche nel campo della musica leggera italiana dell’ epoca, con i cantanti come Luciano Tajoli soppiantati da quelli che venivano chiamati “gli urlatori”.
Naturalmente, un repertorio prevalentemente impostato su opere come Otello, Fanciulla del West, Pagliacci e Samson costrinse Mario Del Monaco a venire a patti con alcune regole tecniche, sacrificando in parte la flessibilitá della voce a favore dell´incisivitá del canto declamatorio. Ma contrariamente a quello che affermano alcuni critici, la base tecnica del cantante era fondamentalmente sana. Diversamente, Del Monaco non avrebbe potuto consentirsi 38 anni di carriera insistendo su un repertorio tanto pesante, superando oltretutto uno stop forzato di quasi un anno a causa di un grave incidente automobilistico, che rischió di stroncargli la carriera.
Tenore declamatorio,dunque, quasi una versione italiana dell’ Heldentenor di stampo tedesco. In effetti, Del Monaco affrontó onorevolmente ruoli wagneriani come Lohengrin e Siegmund, e prese seriamente in considerazione, su suggerimento di Herbert von Karajan, la possibilitá di affrontare in teatro la parte di Tristan. Dopo averla studiata per circa un anno rinunció, essendosi reso conto che la tessitura insistente sulle note centrali non si adattava alle caratteristiche del suo strumento.
Venendo a parlare delle grandi interpretazioni di Del Monaco, é quasi obbligatorio iniziare il discorso con Otello. L’ Otello di Mario Del Monaco rimane, in tutte le sue caratteristiche, un monumento d’ epoca. Dopo di lui i tenori che hanno affrontato la parte hanno cercato di mettere in risalto gli aspetti piú introspettivi del ruolo, sicuramente rendendosi conto che confrontarsi con Del Monaco sul suo terreno era praticamente impossibile. Ma la grandezza del tenore fiorentino non puó essere circoscritta solo alla sua intepretazione del Moro verdiano. Dovremmo parlare nei dettagli del suo eroico Chénier, del Dick Johnson ineguagliabile per slancio e drammaticitá, del Don Alvaro disperato nella sua ribellione al destino e della sua cavalleresca e tragica caratterizzazione di Ernani. Ma il capolavoro interpretativo di Del Monaco, a mio avviso, va individuato nel ruolo di Canio in “Pagliacci”. In quest’ opera la potenza drammatica del suo fraseggio, il senso della tragedia che lo porta a trasfigurare quella che sembrerebbe una semplice storia di tradimento coniugale in dramma universale, portano ad un risultato interpretativo che eguaglia e spesso supera quello leggendario di Enrico Caruso. Un Canio lacerato da sentimenti squassanti, espressi da un fraseggio emozionante nella sua immediatezza e veritá. Allo stesso livello porrei l’ intepretazione del Samson et Dalila, opera che al tenore richiede qualitá declamatorie che sembrano fatte apposta per mettere in risalto le caratteristiche della voce di Del Monaco. Personalmente poi trovo estremamente interessante la sua raffigurazione di Stiffelio, l’ ultima parte da lui affrontata. Una felice intuizione, quella di riproporre un’ opera allora pressoché sconosciuta e di grande validitá.
Professionista scrupoloso ed attento ai minimi dettagli, é ancora oggi ricordato dai colleghi per la serietá del suo approccio all’ esecuzione. Io ho avuto modo di frequentarlo negli ultimi anni della sua vita e la sua signorilitá e disponibilitá a discutere mi colpirono profondamente. Anche con uno studente giovane ed inesperto come ero io allora, era sempre pronto ad offrire chiarimenti e confrontare opinioni.
A quasi ventisei anni dalla sua scomparsa gli appassionati lo ricordano ancora come uno dei piú grandi artisti della sua epoca. Le incisioni discografiche fortunatamente ci consentono di riascoltare tutti i capisaldi del suo repertorio, sia in studio che dal vivo. Tra queste ultime sono da conoscere assolutamente Ernani, Forza del Destino e Fanciulla, testimonianze della collaborazione con Dimitri Mitropoulos, uno dei piú grandi direttori della storia. L’ incontro di due personalitá artistiche di questo livello porta a risultati interpretativi assolutamente straordinari che, anche riascoltati a piú di mezzo secolo di distanza, non hanno perduto nulla della loro straordinaria carica comunicativa.

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