I barocchisti radicali

Ascoltavo oggi alcuni brani della nuova edizione discografica del Don Giovanni diretta da René Jacobs. Da qui volevo partire per alcune considerazioni di carattere generale su tutta la prassi esecutiva degli strumenti costruiti alla maniera antica.

Non c’ è dubbio che questo movimento, reso popolare a partire dagli anni Settanta tramite interpreti come Nikolaus Harnoncourt, Gustav Leonhardt, i fratelli Kuijken, Christopher Hogwood, Trevor Pinnock e John Eliot Gardiner, abbia offerto apprezzabili contributi sul piano della ricerca filologico-testuale e del recupero di criteri esecutivi da tempo andati in disuso. Quello che personalmente ho trovato sempre molto discutibile è la radicalizzazione e l’ estremizzazione delle scelte da parte di questa categoria di interpreti. Per essere più chiari, i musicisti di questa scuola riducono tutto il lavoro dell’ interprete a due soli parametri: il suono e il tempo. Ma non si può ridurre solo a questi due criteri le scelte esecutive, perchè suono e tempo sono elementi dell’ esecuzione musicale,ma non l’ esecuzione. E meno che meno l’ intepretazione.

Cosí, tramite la ricreazione di un suono genericamente antico e dall’ adozione di tempi generalmente spediti e dinamiche a terrazza, si crede di aver costruito una lettura musicale. Ma questo sfiora appena i problemi posti da autori come Mozart, la cui apparente semplicità di linguaggio nasconde al suo interno tutta una serie di significati eccezionalmente complessi e ambigui. Voler esaltare, come nel caso del Mozart di Jacobs, i legami di questo teatro con l’ operismo barocco, che pure esistono, significa ignorare la carica innovativa che le partiture del compositore salisburghese contengono e che ne determinano in buona parte la grandezza. Senza contare che nel campo della concertazione vocale, gli interpreti di questa scuola hanno sempre proceduto con scelte compiute a casaccio. Chi conosce certi dischi di Harnoncourt, Hogwood, Gardiner e Jacobs sa a cosa alludo.

Rifiuto del vibrato che pure i trattatisti come Tosi e Mancini prescrivono, suoni fissi e agilità eseguite con l’ aspirazione, e soprattutto un assoluto massacro, in molti casi, della pronuncia italiana che per autori come Monteverdi e lo stesso Mozart è un’ esigenza assolutamente fondamentale. Ma tornando alle scelte strumentali, la questione di limitare i criteri intepretativi alla correttezza del mezzo sonoro impiegato è secondo me assolutamente assurda. Per fare un esempio pratico dei più evidenti, il Bach eseguito da Glenn Gould al pianoforte è intepretativamente molto piú significativo e stilisticamente piú appropriato di quello del 90% dei clavicembalisti odierni. Lo stesso dicasi per le intepretazioni bachiane di violinisti come Henryk Szeryng o Nathan Milstein.

L’ ideologia del barocchismo radicale ha portato, in molti casi, allo stravolgimento interpretativo delle partiture e alla mortificazione delle personalità intepretative. Personalmente credo che da esecuzioni operistiche come quelle di Jacobs o Arnold Östman, con il loro trionfo di suoni gessosi, fissi e fischianti in orchestra e sulla scena, col loro fraseggio nevrotico e sobbalzante e la dinamica in bianco e nero, la personalità formidabile di un autore come Mozart esca gravemente diminuita.

Annunci